Vaccinazioni, effetti avversi e causalità

Un recente episodio di “cronaca” sanitaria ha riproposto con il clamore dei titoloni in prima pagina il tema della valutazione del nesso causale in campo biomedico: mi riferisco alla vicenda dei presunti effetti avversi, fino al decesso, del vaccino anti-influenzale Fluad, che ha monopolizzato l’attenzione e i timori della pubblica opinione per una settimana, prima di scomparire dalla cronaca dei quotidiani e dei TG per manifesta infondatezza a seguito delle indagni svolte dall’AIFA e dall’EMEA. Prima o poi anche i giornalisti dovranno riconsiderare l’utilizzo del termine “psicosi” per descrivere le reazioni della gente a clamorose notizie di questo tipo, che hanno ben poco a che fare con quadri sindromici di matrice psichiatrica. Si tratta piuttosto di valutazioni soggettive, sia tra gli addetti ai lavori sia tra la gente, che affondano in precisi meccanismi mentali descritti dalla psicologia cognitiva da almeno tre decenni a questa parte.

Mi riferisco a due processi distorsivi che sono implicati nella valutazioni ingenua degli eventi: la cosiddetta euristica della disponibilità e un bias/distorsione cognitivo assai frequente. Gli psicologi cognitivisti definiscono euristica una sorta di scorciatoia o semplificazione cognitiva rispetto alle più complesse valutazioni probabilistiche bayesiane. Nella valutazione di un evento gioca un ruolo preminente la disponibilità mnemonica di situazioni analoghe a quelle che stiamo vivendo in prima persona. Ad esempio dopo un disastro aereo tutti sono portati a giudicare più rischioso il volo rispetto al viaggio in automobile, anche se le statistiche affermano il contrario. In termini più formali “si tende a stimare la probabilità di un evento sulla base della vividezza e dell’impatto emotivo di un ricordo, piuttosto che sulla probabilità oggettiva. La frequenza di un’informazione è un elemento chiave per trarre delle conclusioni” (http://it.wikipedia.org/wiki/Euristica).

Se si utilizza in modo automatico l’euristica della disponibilità, com’è accaduto con la vicenda Fluad, è facile cadere in un altro trabocchetto cognitivo, ovvero il bias di attribuzione causale, che consiste nello stabilire un legame di causa-effetto tra due eventi per il solo fatto che sono temporalmente associati, nel senso che all’uno segue l’altro secondo la formula latina “post hoc propter hoc”. Si rischia così di cadere in un tipico vizio dell’induttivismo, come accade al tacchino descritto nell’aneddoto dal filosofo Karl Popper: “esisteva un tacchino in un allevamento al quale veniva portato il cibo sempre alle 9 di mattina. Il tacchino osservava dunque che qualsiasi giorno della settimana, che vi fosse stato il sole o il cattivo tempo, il cibo gli veniva portato sempre alla stessa ora e da queste constatazioni formulò la teoria seguente: “mi danno il cibo sempre alle 9 di mattina”. Tuttavia, alla vigilia di Natale, il tacchino constatò a sue spese il venire meno di questa regola: il tacchino venne ucciso e servito a tavola”.

Se, come appare ormai accertato, non vi è stata alcuna relazione tra la somministrazione del vaccino Fluad e i decessi segnalati a distanza di 24-48 ore, è assai probabile che il caso sia stato “montato” per l’amplificazione mediatica delle notifiche all’AIFA di presunti eventi avversi successivi alla vaccinazione. La pubblica opinione ha interpretato le segnalazioni precauzionali dei medici all’agenzia del farmaco come prova provata della pericolosità del vaccino, ovvero come “concausa” dei decessi; la diffusione di questa informazione ha fatto scattare l’euristica della disponibilità, sia tra medici che assistiti, a fronte di eventi che probabilmente nulla avevano a che fare con la vaccinazione stessa. Il cortocircuito tra informazioni e valutazioni “ingenue” dell’uomo della strada, viziate dal combinato disposto tra euristica della disponibilità e bias di attribuzione causale, ha così prodotto il “caso Fluad”. Nulla a che vedere con la retorica giornalistica sulla “psicosi” vaccino, ma piuttosto una dimostrazione empirica della validità delle spiegazioni cognitiviste e dell’aforisma del filosofo Wittgenstein: “La credenza nel nesso causale è superstizione”.