Consigli pratici per la gestione della diarrea acuta

Un tempo le gastroenteriti o le enterocoliti prevalevano di gran lunga nel periodo estivo ma da qualche anno a questa parte la diarrea si presenta anche nei mesi freddi, complici virus influenzali o simili che prediligono l’apparato digerente invece che quello respiratorio. La diarrea acuta inizia bruscamente con un aumento della fluidità delle feci e del numero di “scariche” quotidiane ma è in genere di breve durata: bisogna sottolineare che la diarrea è un sintomo, espressione di un meccanismo di difesa dell’organismo, finalizzato all’eliminazione delle sostanze nocive per l’organismo, e per tale significato positivo non va abolito ad ogni costo, come fanno alcuni farmaci sintomatici pubblicizzati in TV e scorrettamente somministrati. Nei mesi estivi a causa dei cambiamenti alimentari (uso di bevande fredde, alimentazione ricca di frutta, consumo di cibi crudi o conservati, creme, maionese etc.) aumenta la frequenza di questo disturbo che si può accompagnare a crampi intestinali, nausea, sintomi generali come febbre o dolori muscolari.

E’ in genere una patologia benigna che si auto-limita ad eccezione di due situazioni in cui invece è bene consultare il proprio medico:

1) quando colpisce bambini al disotto dei cinque anni specie se associata

2) a febbre elevata, nausea intensa e/o vomito, anche negli adulti.

Nel bambino più piccolo infatti può comportare il rischio di disidratazione, vale a dire grave perdita di acqua e di sali minerali, che nei lattanti può costituire una vera emergenza. Nei mesi estivi prevalgono le diarree infettive dovute a germi (Salmonella, E.Coli, Shigella, Campylobacter etc..) e quelle provocate da tossinfezione alimentare (Stafilococco, Pseudomonas e il raro Botulinio); meno frequenti sono quelle causate da parassiti intestinali o vermi mentre quelle dovute a virus sono presenti ormai in tutte le stagioni.

In genere non si tratta di forme impegnative: segni di allarme sono la presenza di febbre, il dolore intenso, il vomito, l’emissione di sangue con le feci, la persistenza del disturbo oltre i 2-3 giorni e la disidratazione nei piccoli. In questo caso è bene consultare un medico del luogo, onde iniziare subito la terapia appropriata. Se invece il disturbo è limitato all’emissione di feci liquide precedute da crampi addominali, senza altri sintomi, è possibile l’autogestione terapeutica da parte dell’assistito. In rari casi sono necessari esami delle feci (la cosiddetta coprocoltura) per individuare l’agente infettivo responsabile, ed impostare una terapia razionale. Non bisogna dimenticare che esistono anche forme non infettive dovute a cibi irritanti, cambiamenti alimentari e allergie, alcool, bevande troppo fredde e farmaci come gli antibiotici.

Come già accennato questo fastidioso disturbo il più delle volte si esaurisce da sé in 24-48 ore, senza la necessità di consultare il medico né di assumere farmaci, a condizione però di seguire una dieta corretta. Infatti la diarrea può persistere quando i pazienti compiono alcuni errori, primo fra tutti quello di continuare ad alimentarsi con i cibi consueti, invece di limitarsi a bere te’ leggero o acqua zuccherata con un po’ di limone, interrompendo almeno per 24 l’assunzione di ogni cibo. Conviene evitare il brodo animale, il caffè e soprattutto il latte. La semplice dieta liquida, assieme all’eventuale assunzione di sali minerali integratori e/o dei cosiddetti fermenti lattici per favorire il riequilibrio dell’ecosistema intestinale, determina in genere la cessazione del disturbo; solo a questo punto si potranno reintrodurre i cibi solidi, facendo però attenzione a non ingerire alimenti ricchi di grassi animali, come latte intero, formaggi, salumi e uova, che potrebbero provocare una ripresa del sintomo. I cibi consentiti sono quelli di origine vegetale: riso con poco olio, patate lesse e brodo vegetale, mele crude, banane non troppo mature, carote, e dal secondo giorno in avanti fette biscottate e carni bianche alla griglia. Questi principi dietetici devono essere rispettati soprattutto dai bambini in età prescolare, in quanto un precoce ritorno alla normale alimentazione potrebbe dare luogo ad un temporaneo malassorbimento intestinale.

Se nonostante queste precauzioni alimentari la diarrea continua e qualora fin dall’esordio sia presente febbre elevata, dolore persistente o vomito, è doveroso consultare il medico che provvederà a prescrivere le opportune indagini cliniche e la terapia del caso. Sono ormai in disuso gli antidiarroici che agiscono bloccando la motilità intestinale perchè, come abbiamo visto, riducono un sintomo fastidioso ma eliminano anche un’importante meccanismo di difesa, solitamente efficace per eliminare l’agente infettivo che ha provocato il sintomo diarrea. La prevenzione si basa sulle consuete norme igieniche: lavaggio accurato delle mani, di frutta e verdura, conservazione e refrigerazione dei cibi deperibili, igiene nella loro preparazione, attenzione a creme, maionesi e zabaioni.

Piccola guida per interpretare gli esami di laboratorio

Una delle più frequenti richieste rivolte dal paziente, che non lamenta alcun disturbo, al proprio medico è la prescrizione di una ricetta per poter fare “tutte le analisi del sangue”. Il dizionario degli esami di laboratorio, di abituale consultazione, comprende più di trecento voci e sconsiglia di prendere alla lettera il desiderio dell’assistito. Egli probabilmente ignora che dovrebbe sottoporsi al prelievo di una buona parte della massa sanguigna per poter effettuare una simile quantità di test! Senza contare l’impegno di risorse umane, economiche e strumentali che ciò comporterebbe. Occorre inoltre sottolineare che gli esami del sangue non si possono mettere tutti sullo stesso piano. Un centinaio circa infatti sono considerati “di primo livello” (cioè di prescrizione corrente in sede extra-ospedaliera); grazie ad essi il medico di famiglia può risolvere buona parte dei problemi diagnostici quotidiani. Ve ne sono poi altri, in un numero superiore al doppio, che sono eseguiti in casi selezionati, quando cioè si sospettano malattie rare o di complessa individuazione, e solo da laboratori particolarmente attrezzati.

E’ quindi assurdo e irragionevole sottoporre la persona sana a “tutti” gli esami; nondimeno dobbiamo interrogarci sul significato di un simile bisogno. Forse dietro di esso si nasconde una preoccupazione eccessiva per il proprio stato di salute presente e futuro, il timore di contrarre una o l’altra malattia, in certi casi vere e proprie “patofobie”, vale a dire paure irrazionali di ogni sorta di malattie. Se queste motivazioni spingono il paziente a frequentare l’ambulatorio, evidentemente egli desidera che si faccia “di tutto”, che nulla sia trascurato, per scongiurare il rischio più o meno concreto di ammalarsi e di soffrire, anticipando quanto più possibile la diagnosi. A volte si ha l’impressione che si cerchi nei test di laboratorio una sorta di “esorcismo tecnologico” contro le malattie, tale da preservare la salute da ogni aggressore.

Una prestazione simile rientra nella sfera delle preveggenza magica e, purtroppo, non può essere soddisfatta dalla scienza medica nè eseguendo il più alto numero di analisi, e neppure ricorrendo alle più sofisticate tecniche diagnostiche come tac, ecografia, risonanza magnetica etc. Che cosa ci possiamo perciò aspettare, ragionevolmente, dagli esami del sangue? Quali informazioni essi ci possono fornire sul nostro stato di salute e quando è corretto prescriverli? Non molto di più, purtroppo, rispetto alle nostre sensazioni e a quel vissuto corporeo che è spesso la spia più attendibile che qualche cosa non va. Ma vediamo schematicamente come essi possono essere distinti in base alle loro caratteristiche.

  1. In genere le analisi del sangue ci informano sull’efficienza di un organo, se cioè esso è in buone condizioni funzionali o se, al contrario, versa in uno stato di insufficienza o di “eccessiva” attività. Ad esempio le malattie della tiroide sono distinte in due grossi capitoli: quelle che comportano una riduzione degli ormoni tiroidei (ipo-tiroidismo) e, all’opposto, quelle che ne aumentano la produzione (iper-tiroidismo). Solitamente le affezioni che compromettono gravemente la funzionalità di un organo danno sintomi ben evidenti e precoci, sia riferiti dal paziente sia rilevati alla visita medica. Tipico è l’esempio del diabete mellito, dovuto al cattivo funzionamento del pancreas e svelato dall’aumento del glucosio nel sangue (glicemia), anche se a volte, nelle persone obese, esso non da alcun disturbo; dovrà perciò essere sospettato proprio per l’eccesso del peso o per la presenza tra i familiari di altre persone che ne sono affette.
  2. Alcuni esami del sangue invece ci permettono di stabilire se un soggetto è portatore di fattori di rischio, ad esempio per le malattie del cuore e delle arterie; si tratta del temuto colesterolo e dei trigliceridi, entrambi appartenenti alla famiglia dei lipidi o grassi. Attenzione però a non confondere la condizione di “rischio” con una malattia, e non pensare che il colesterolo sia la “causa” unica delle malattie vascolari. Equivoci sulla corretta interpretazione dei fattori di rischio sono di riscontro frequente e contribuiscono ad accentuare più del dovuto la legittima preoccupazione per la salute, finendo per trasformare una persona sana in un “malato di laboratorio”. Si osservano anche situazioni opposte: un buon tasso di colesterolo per qualcuno può diventare l’alibi per mantenere abitudini alimentari scorrette o un eccesso di peso!
  3. Alcuni parametri di laboratorio possono svelare carenze alimentari, vitaminiche o di minerali, essenziali per il buon funzionamento del nostro organismo, come ad esempio il ferro, causa di anemia nella donna in età fertile, in gravidanza e nell’adolescenza.
  4. Ne esistono infine altri, assai numerosi, che sono un indice di attivazione del sistema immunitario e vengono prescritti di fronte a sintomi di infezioni ( la ricerca di anticorpi specifici) o di malattie a carattere immunologico (i cosiddetti auto-anticorpi).
  5. C’è poi un equivoco in cui è bene non cadere: vale a dire pensare che l’innalzamento di uno degli esami ematici che incrementano, per esempio, il rischio vascolare possa spiegare o essere la causa di vaghe sensazioni di malessere, di stanchezza o di altri sintomi riferiti dal paziente come capogiri, fischi alle orecchie, cefalea etc.. In realtà l’innalzamento del colesterolo di per se non è responsabile di alcun sintomo specifico, ma contribuisce, assieme ad altri fattori, e solo nell’arco di svariati anni, alla formazione delle placche di aterosclerosi, sulla parete dell’arteria; esse si, attraverso la riduzione della quantità di sangue che arriva agli organi, sono la causa dei sintomi e delle malattie più diffuse nel nostro secolo. Ben diverso è il caso della persona sintomatica, che cioè lamenta disturbi a carico di un organo o dell’intero organismo. Gli esami saranno prescritti per verificare quale malattia, sospettata dal medico, sia responsabile della sintomatologia. Questo argomento, cioè l’interpretazione delle analisi nella persona malata, verrà affrontato in un successivo articolo.

La rivoluzione silenziosa delle nuove classi di priorità delle prestazioni

Uno dei problemi che assilla i sistemi sanitari, in particolare quelli pubblici ed universalistici, è quello delle liste e soprattutto dei tempi di attesa per visite specialistiche, esami radiologici, ricoveri, interventi chirurgici, riabilitazione etc.. Il fenomeno è da tempo sotto la lente d’ingrandimento e si stanno tentando varie strade per trovare soluzioni perché, oltre a costituire motivo di insoddisfazione, preoccupazione e lamentele per gli assistiti, le lunghe attese si riverberano sul sistema nel suo complesso per l’effetto vasi comunicanti. Infatti la domanda di prestazioni, in particolare di esami diagnostici come Ecografie, TAC, radiografie etc.., che non trova un’adeguata offerta nelle strutture ordinarie trova sbocco nei servizi di pronto soccorso, che devono quindi fronteggiare un flusso inappropriato di assistiti. La lunghezza delle attese è una delle cause dell’eccesso dei cosiddetti codici bianco/verdi, a loro volta fonte di “intasamento”, allungamento dei tempi, stress e malcontento per utenti ed operatori sanitari.

Un tentativo di risolvere il problema fù l’introduzione del cosiddetto “bollino verde”, varato in Lombardia all’inizio del secolo, con l’intento instradare in una corsia preferenziale le cosiddette “urgenze differibili”. In origine l’obiettivo era di offrire un’alternativa agli accessi impropri al PS, onde contenere il sovraccarico delle strutture di emergenza/urgenza: grazie all’apposizione del fatidico adesivo verde da parte del medico la prestazione diagnostica o specialistica poteva essere deviata sulle strutture ambulatoriali ordinarie, tenute a soddisfarla entro 72 ore dalla prenotazione. Ben presto però anche il bollino verde è stato utilizzato per scopi non previsti dagli amministratori regionali e, da strumento per ridurre l’affollamento del PS, si è trasformato in un grimmaldello per aggirare le liste d’attesa, in situazioni che nulla hanno di urgente dal punto di vista clinico.

Successivamente nel 2012 è stato approvato il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa, che prevede lassegnazione delle richieste di prestazioni alle cosiddette classi di priorità. Attualmente le opzioni a disposizione del medico di MG, come abbiamo visto, sono solo tre: l’invio urgente in PS, l’utilizzo del bollino verde e la prenotazione ordinaria, che può andare da pochi giorni fino a decine di mesi di attesa. E

Ebbene le nuove classi di priorità, introdotte anche in Lombardia dall’inzio del 2016, ampliano la gamma delle possibilità di scelta e potrebbero rappresentare, se recepite con puntualità, una vera e propria rivoluzione in questo settore, facendo fare un salto di qualità alla gestione dei tempi di attesa e alla soddisfazione dei malati. Infatti il medico e gli assistiti hanno ora a disposizione quattro criteri temporali per la soddisfazione della prestazione, contrassegnati sulle ricetta da altrettante lettere, vale a dire:

  • U= urgente (nel più breve tempo possibile o, se differibile, entro 72 ore)
  • B= breve, entro 10 gg
  • D= differibile, entro 30 gg (visite) entro 60 gg (prestazioni strumentali)
  • P= programmabile, in tempo indefinito

La soluzione adottata è semplice e razionale: filtrare la domanda, incanalandola in uno dei quattro percorsi individuati in funzione delle caratteristiche più o meno urgenti del problema lamentato dal paziente, in modo da fornire la prestazione nei tempi appropriati, evitando sia l’uso improprio del “bollino verde” sia le attese “infinite”. Purtroppo però le nuove classi di priorità non hanno avuto un’adeguata informazione presso gli assistiti, come invece avrebbe meritato, e soprattutto le strutture accreditate pubbliche e private in molti casi, nonostante siano passati oltre 6 mesi dall’introduzione, non sono ancora in grado di garantire un’applicazione puntuale ed omogenea delle nuove priorità, che potrebbero assicurare una maggiore tutela sanitaria e una concreto rispetto dei diritti degli utenti del SSR.

PICCOLA GUIDA PER GESTIRE LE MALATTIE DA RAFFREDDAMENTO

La principale malattia da raffreddamento è, come dice il termine stesso, il raffreddore comune, ovvero la rinite acuta di origine virale. I sintomi sono quelli classici, che tutti abbiamo sperimentato personalmente fin dall’infanzia: dopo una breve periodo di incubazione si manifesta un bruciore o dolore alla gola seguito, a distanza di 24 ore circa, da naso chiuso, starnuti, gocciolamento acquoso del naso, stanchezza e debolezza, in genere dovute alla febbre, non superiore ai 38 gradi e della durata di 2-3 giorni.

Il raffreddore guarisce al massimo entro una settimana ma può complicarsi con sintomi come tosse secca o catarrosa (tracheite o bronchite), abbassamento della voce (laringite), mal di testa e secrezione bianca o giallo/verde dal naso (sinusite), dolore all’orecchio (otite, specie nei bambini). Le complicazioni sono in genere dovute alla sovrapposizione dei batteri favoriti dall’infezione virale, nel senso che il virus apre la strada ai germi, che poi si localizzano in un organo piuttosto che nell’altro.

Le persone tendono a confondere il raffreddore comune, che si presenta ormai in ogni stagioni ma con maggiore frequenza da ottobre a marzo per via degli sbalzi di temperatura, con l’altra malattia virale tipica dei mesi invernali, cioè l’influenza. L’epidemia influenzale dura in genere 6 settimane nei mesi di gennaio e febbraio. Il virus si diffonde rapidamente dopo le feste natalizie, alla riapertura delle scuole dopo le vacanze, e si manifesta con sintomi più vistosi rispetto alla consueta rinite acuta: improvvisa febbre, preceduta da brividi, che può raggiungere in pochi minuti anche i 40 gradi, estrema spossatezza, cefalea e dolori muscolari diffusi, mancanza di appetito, tosse insistente, modesto mal di gola, dolore al movimento degli occhi e naso chiuso, che costringono letteralmente al letto l’influenzato. La febbre dura dei 3 ai 5 giorni, spesso continua e molto elevata, mentre la convalescenza può richiedere, per via di una fastidiosa stanchezza o della persistente tosse secca, altrettanti giorni di riposo.

I malati sono portati ad etichettare come influenza tutte le infezione virale delle prime vie respiratorie, che possono interessare il naso (il comune raffreddore) o gli altri organi (faringe, laringe o trachea), dimenticando che tra queste affezioni e l’influenza vera e propria esiste un salto di qualità per via dell’interessamento dell’intero organismo (spossatezza, dolori diffusi, inappetenza etc..) che fa la differenza rispetto alla banale rinite. Con il raffreddore si può anche andare al lavoro o a scuola, ma il vero influenzato deve stare a casa e a letto per alcuni giorni, penna il rischio di incorrere in complicazioni batteriche come la polmonite, assai più gravi e temibili di quelle che seguono il raffreddore comune (ad esempio la bronchite).

Negli ultimi anni oltre, al pool di virus respiratori da raffreddamento, si sono affacciati alla ribalta altri ceppi virali che prediligono l’apparato digerente, con sintomi alti (nausea, vomito, disturbi digestivi e dolori di stomaco) e/o bassi (dolori e gonfiore addominale, diarrea preceduta da crampi), modesta febbre e breve durata (2-3 giorni in genere).

-Quando e perchè consultare il proprio medico?

Il criterio è quello dell’entità e della durata della febbre, generalmente inferiore ai 38,5 gradi, con pochi disturbi generali e che passa in 2-3 giorni. Se va oltre, se dopo essere passata ritorna a distanza di qualche altro giorno e soprattutto se i sintomi persistono o intervengono altri disturbi, come quelli sopra ricordati, è bene consultare il medico curante, che valuterà l’eventuale presenza di una complicazione batterica, prescrivendo un ciclo di antibiotici.

Per la vera e propria influenza, invece, è bene escludere con una visita ambulatoriale o domiciliare eventuali altre malattie infettive contagiose o sporadiche, da diagnosticare in alternativa all’influenza, come la tonsillite acuta, la bronchite, la broncopolmonite, la sinusite o la polmonite.
Tra i due estremi sopra descritti, ovvero il raffreddore comune e l’influenza stagionale, c’è tutta una gamma di situazioni intermedie, ad esempio forme da raffreddamento, fuori stagione e più impegnative con febbre elevata per più di 3 giorni (le cosiddette sindromi influenzali) oppure casi di influenza stagionale lieve, con pronta guarigione e senza strascichi. Così fare 2-3 raffreddori nel corso della stagione fredda, distanziati l’uno dall’altro specie per chi vive in comunità scolastiche,frequenta ambienti affollati o mezzi pubblici, può essere “normale”, mentre farne uno dopo l’altro può segnalare una momentanea riduzione delle difese immunitarie.

-Quali sono le cure per raffreddore e influenza?

Le infezioni virali per fortuna nella stragrande maggioranza dei casi, specie il raffreddore, guariscono da sole e si curano a casa propria, principalmente con il riposo e con farmaci che riducono i sintomi più fastidiosi (paracetamolo o aspirina per la febbre elevata, decongestionanti e anti-infiammatori per il naso chiuso e il mal di gola, sedativi per la tosse secca, mucolitici oer via orale o aerosol per quella catarrosa etc..) senza tuttavia modificare l’evoluzione della malattia, che deve fare il suo corso, come si suol dire. Secondo una battuta scherzosa la rinite acuta virale non curata guarisce in sette giorni, mentre quella curata in una settimana. Gli antibiotici, attivi sui batteri, non hanno alcuna efficacia nelle malattie virali, come raffreddore e influenza e quindi non devono essere assunti con il fai da te.

Anche per l’influenza non abbiamo a disposizione farmaci specifici ed efficaci ad eccezione di alcune molecole anti-virali che però riducono di 1-2 giorni il periodo febbrile e vengono prescritti solo in situazioni particolari. Nelle persone anziane, che peraltro si ammalano di influenza più raramente rispetto ai giovani, vengono prescritti antibiotici esclusivamente per prevenire le complicanze batteriche e non per “curare” l’infezione virale, specie se affette da una o più patologie croniche (diabete, asma, bronchite cronica, scompenso cardiaco etc..)

Le cosiddette “ricadute” sono in realtà le complicazioni batteriche dell’influenza, sempre in agguato, perchè il virus ha la diabolica capacità di mettere in crisi, di indebolire mometaneamente il nostro sistema immunitario favorendo lo sviluppo di un’ulteriore infezione, in genere bronchite catarrale o polmonite.

Anche per le forme intestinali non c’è cura specifica; basta aspettare che il virus venga eliminato dall’organismo con la diarrea, ricorrendo a farmaci anti-nausea, nei casi più eclatanti, e soprattutto a soluzioni di sali per recuperare i liquidi persi con il vomito e/o la diarrea, ed eventualmente fermenti lattici per ristabilire l’equilibrio della flora intestinale. I farmaci che “bloccano” la diarrea, tanto pubblicizzati in TV, vanno utilizzati in casi particolari e solo dopo aver consultato il medico, pena il rischio di incorrere in spiacevoli effetti collaterali.

-A chi è rivolta la vaccinazione influenzale?

Purtroppo per il raffreddore e per tutte le infezioni virali minori, dovute a decine di virus, non esiste una vaccinazione specifica, che invece è disponibile per la vera e propria influenza sotto forma di vaccino trivalente, ovvero contenente tre distinti virus influenzali. Attenzione però a non attendersi dal vaccino influenzale la “protezione” assoluta da tutte la varietà di virus che circolano durante la stagione fredda e che sono potenzialmente in grado di infettare il nostro organismo! Il vaccino influenzale, in un’unica iniezione intramuscolare, è sicuro, in genere ben tollerato e viene proposto e somministrato nei mesi autunnali, in modo che assicuri la protezione anticorpale in tempo per l’epidemia che abitualmente inizia con il nuovo anno.

La vaccinazione gratuita, a carico del Servizio Sanitario, è prevista per le seguenti categorie, ma può essere somministrata volontariamente a chiunque lo desideri, previo acquisto della dose in farmacia:

⦁ Soggetti di età pari o superiore a 65 anni
⦁ Bambini di età superiore ai 6 mesi, ragazzi e adulti fino a 65 anni affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza: malattie croniche dell’apparato respiratorio (inclusa l’asma grave, la displasia broncopolmonare, la fibrosi cistica, bronchite cronica o BPCO) dell’apparato cardiocircolatorio, diabete mellito e altre malattie metaboliche (inclusi gli obesi con BMI >30), insufficienza renale/surrenale cronica, malattie del sangue, tumori, malattie che comportino carente produzione di anticorpi, immunosoppressione indotta da farmaci o da HIV, malattie infiammatorie croniche intestinali, epatopatie croniche
⦁ Bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale
⦁ Donne che all’inizio della stagione epidemica si trovano nel secondo e nel terso trimestre di gravidanza , Individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti
⦁ Medici e personale sanitario di assistenza, familiari e contatti di soggetti ad alto rischio, soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo e categorie di lavoratori, forze di polizia e Vigili del fuoco

Infine alcuni datori di lavoro offrono gratuitamente la vaccinazione ai lavoratori particolarmente esposti per attività svolta e al fine di contenere ricadute negative sulla produttività.

E’ in fase di studio e sperimentazione un vaccino “universale” che promette un’efficacia verso tutti i ceppi di virus che, come noto, sono soggetti a continue e cicliche mutazioni per ingannare le difese immunitarie del nostro organismo. Ma serviranno ancora alcuni anni prima che questo vaccino “universale” entri nella pratica clinica.

-Come proteggersi dall’influenza?

Le malattie da raffreddamento si trasmettono per via aerea tramite goccioline di saliva, emesse con la tosse e gli starnuti, fino ad alcuni metri di distanza. Tuttavia le mascherine sono utili soprattutto per il malato che così evita di spargere virus nell’ambiente, piuttosto che per le persona sane con cui si relaziona. Un’altro veicolo importante dei virus è il contatto cutaneo con superfici o oggetti “contaminati” dall’influenzato, specie nei luoghi pubblici, per cui è buona regola lavarsi spesso le mani, in particolare familiari o conviventi.

In conclusione, per una corretta auto-gestione delle malattie da raffreddamento, due sono i concetti fondamentali da ricordare, sotto forma di altrettante distinzioni:
1-non fare di tutte le erbe un fascio, confondendo la “banale” rinite acuta virale con la vera e propria influenza;
2-gli antibiotici sono efficaci solo nelle infezioni batteriche mentre sono del tutto inefficaci nelle forme virali da raffreddamento.
Nel dubbio, consultate il vostro medico di famiglia!