Infezioni delle vie respiratorie, quando l’antibiotico è appropriato?

La fine dell’inverno segna il declino dell’influenza e delle virosi respiratorie in genere, peraltro presenti in modo sporadico tutto l’anno, complice l’utilizzo spesso scriteriato dei climatizzatori nei mesi estivi. Le infezioni delle vie aeree sono la prima causa di consultazione in MG e propongono il principale dilemma terapeutico per il medico del territorio: quando è appropriata la prescrizione di un antibiotico? Continua su….

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Quando i sintomi sono orfani di diagnosi

Gli esami sono tutti negativi, lei è sano come un pesce”. Quanti pazienti hanno tirato un sospiro di sollievo, ascoltando un simile responso medico, ma contemporaneamente hanno provato disagio per la sensazione di non essere “compresi”. Sono frequenti infatti – per lo meno in medicina generale – situazioni in cui, anche dopo lunghi iter diagnostici, a fronte dei sintomi lamentati non si arriva ad una precisa diagnosi. Se da un lato il paziente si sente momentaneamente sollevato, dall’altra può sviluppare un senso di frustrazione perchè, nonostante tutte le rassicurazioni, egli resta pur sempre con i suoi disturbi, talora fastidiosi, che non trovano giustificazione e una spiegazione; ed anzi può essere etichettato, magari bonariamente da un parente o un amico, come “malato immaginario”.

Fatti di questo genere rischiano, se non vengono inquadrati correttamente, di innescare una spirale di accertamenti clinici impegnativi, costosi e che possono provocare, essi stessi, ulteriori preoccupazioni.
Coloro che vivono esperienze di questo tipo sono persone affette, il più delle volte, non tanto da malattie classificabili ma bensì da condizioni di disturbo/malessere e di disagio dai contorni psico-fisici sfumati e indefiniti. La causa di questi malesseri, che si manifestano con sintomi a carico dell’intero organismo o di singoli apparati, è talvolta costituita da un intreccio di problemi fisici, sociali, familiari e relazionali che interagiscono tra loro e che il paziente ha difficoltà a ricostruire. Altre volte invece il disagio psico-sociale accentua i sintomi di una malattia fisica effettivamente presente: tipico è l’esempio delle difficoltà di addormentamento, legate a preoccupazioni ed ansie di vario genere, che amplificano, fino a renderli insopportabili, i dolori articolari che nelle ore diurne vengono tollerati.

Si possono così osservare, nel caso di persone a cui vengono riscontrati esami normali, i sintomi più vari: stanchezza, mal di testa, prurito, gonfiori addominali e difficoltà digestive, variazioni dell’appetito e irregolarità mestruali, deficit di attenzione e di memoria, problemi sessuali e cosi via. Gli inglesi hanno coniato per questi disturbi senza malattia una sigla ad hoc, i cosiddetti MUS, o sintomi medicalmente inspiegabili. Gli stessi sintomi sono presenti in molteplici malattie ma le modalità di presentazione da parte del paziente appaiono insolite, vaghe o semplicemente non rientrano negli schemi descritti nei testi e quindi non è sempre agevole distinguere un MUS da una precisa malattia. Le statistiche dicono che un 15-20% di consultazioni in medicina generale sono dovute proprio a questi strani disturbi.

E’ indispensabile dunque (anche perchè il paziente teme di essere affetto da una grave malattia) far effettuare, dopo la visita, un certo numero di esami, variabili da caso a caso, o magari richiedere una consulenza specialistica, ma non è detto che alla fine dell’iter si giunga ad una diagnosi. Il fine, da comunicare esplicitamente al paziente, sarà non tanto di confermare un sospetto ma di escludere alcune, assai ipotetiche, condizioni patologiche. Contemporaneamente occorrerà procedere con tatto ad un esame delle situazioni della vita che possono deteriorare lo stato di benessere di una persona, fino a farla cadere in una condizione di malessere/sofferenza: dai problemi di adattamento lavorativo agli impegni finanziari, dalle difficoltà scolastiche a quelle coniugali, dalle preoccupazioni per la salute di un congiunto ai contrasti con un vicino o con la suocera/nuora.

Si tratta insomma di verificare, sempre assieme al paziente, se la radice del disagio fisico non risieda in quel più ampio e sfaccettato contesto psicologico e sociale in cui ognuno di noi è immerso, a tal punto, da non riuscire a vedere, talvolta, la connessione con il proprio stato fisico. Accade spesso che il paziente, se adeguatamente tranquillizzato dal medico, tornerà dopo qualche settimana recando gli esiti degli esami prescritti, e come sperato “negativi”, assieme ad un miglioramento più o meno significativo dei sintomi; egli dovrà a quel punto affrontare il ben più complesso ed impegnativo tentativo di cambiamento personale o ambientale, necessario per rimuovere le cause del disturbo/malessere.

Un caso esemplificativo di queste problematiche è quello della persona che riferisce sintomi di modesta entità ed atipici ma con intensa partecipazione emotiva e vivo allarme; può accadere, nel corso del colloquio, che il paziente confessi il timore di essere affetto da una grave malattia essendo stato impressionato dalle vicende sanitarie, spesso drammatiche, occorse ad un conoscente, un parente o ad altra persona di cui gli sia giunta notizia. In tali circostanze, accanto alla prescrizione dei doverosi accertamenti atti ad escludere i sospetti (peraltro anche giustificati nel caso di malattie a carattere familiare), un’opera di rassicurazione ed informazione potrà favorire la risoluzione della condizione di malessere denunciata dai sintomi fisici accusati dal paziente.