Rischio: maneggiare con cura!

Non c’e’ trasmissione televisiva che non parli di rischi per la salute, che si tratti di prescrivere farmaci, ad esempio statine per il colesterolo, o semplicemente di andare incontro ad una malattia (il rischio cardiovascolare).  La nostra è divenuta ormai da decenni la società del rischio, come ci ammoniscono i sociologi, e la medicina è probabilmente l’epicentro di questa galassia, perchè interessa in prima persona tutti. Ognuno è quotidianamente esposto ad una qualche forma di rischio, che giri in macchina per la città o assuma un farmaco c’è sempre una probabilità di incorrere in un incidente o di avere effetti avversi dalla medicina.

Peccato che nessuno dei partecipanti alle trasmissioni televisive si soffermi a definire il concetto di rischio, che viene perlopiù travisato dalla gente, ovvero inteso come qualche cosa di ineluttabile che prima o poi ci accadrà, a mo’ dello scivolone in agguato quando si cammina su un marciapiede ghiacciato. Il rischio in medicina ha semplicemente a che fare con la probabilità di ammalarsi in base a statistiche ricavate su grandi popolazioni, dopo l’osservazione prolungata e la registrazione di eventi già accaduti: ad esempio le statistiche ci dicono che un gruppo di diabetici va incontro ad un infarto con frequenza maggiore rispetto ai non diabetici, ad esempio nel 15-20% rispetto al 3-5%. Ma non è matematicamente certo che ciò accada a tutti i diabetici. Insomma il rischio non ha a che fare con il determinismo causa-effetto, che prevale ancora tra la gente per spiegare l’origine delle malattie.

La prevenzione si riferisce a questa dimensione impersonale e un po’ astratta, fatto di probabilità individuali di ammalarsi, derivate dal confronto statistico tra gruppi di portatori di un fattore di rischio rispetto a popolazioni esenti. Le interpretazione delle percentuali di rischio sono soggette a variazioni individuali legate alla cultura, alla dimestichezza con le statistiche e alla logica probabilistica; i dati sulle persone che si sono ammalate di una certa malattia (come i fumatori di tumore al polmone) non possono essere automaticamente attribuiti ad ogni fumatore, perchè esiste un salto qualitativo tra la popolazione e il singolo individuo. Proprio per questo quindi il concetto di rischio va maneggiato con cura, onde evitare effetti collaterali spiacevoli ed equivoci, specie in paese come il nostro digiuno di cultura scientifica.

Ad esempio non è infrequente osservare assistiti che si “sentono” malati per il solo fatto di essere portatori di un semplici fattore di rischio, come una glicemia elevata, un isolato aumento della pressione arteriosa, del colesterolo etc.. Conviene diffidare dell’equazione esame fuori norma=rischio=malattia (e magari farmaco!). Il rischio (ancora una volta) è di trasformare gente sana in malati immaginari (di rischio) e di contribuire ad una medicalizzazione dell’esistenza funzionale a logiche mercantili o, come si usa dire oggi, di marketing farmaceutico, che fanno leva sull’equivoco tra malattia e fattore di rischio, per “creare” e pubblicizzare nuove pseudo-malattie!

Insomma i problemi sono sfaccettati e non esistono soluzioni semplici e lineari a problemi complessi. Guai quindi ad adottare stili di pensiero e decisioni “automatiche” o che confondono il rischio (ipotetico e probabilistico) con una causa vera e propria.

 

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