stato e regioni in sanità, quale rapporto?

Secondo lo storico tedesco Reinhard, autore di una monumentale “Storia del potere politico in Europa”, il declino dell’idea di stato, unitario e centralizzato, è ormai irreversibile. Il processo di decostruzione storica e di decadimento dell’apparato statale sarebbe iniziato nel decennio a cavallo degli anni 80 del secolo scorso, periodo in cui nel nostro paese veniva portata a termine la regionalizzazione di una parte dell’amministrazione pubblica. Nell’ultima decade del millennio poi, per effetto del crollo del comunismo e delle ideologie, il processo di decentramento dei poteri statali si è eccentuato fino al compimento della riforma federalista della costituzione, approvata sul filo di lana dell’ultima legislatura, e del progetto di legge sulla devolution licenziato dal Governo Berlusconi alla vigilia di Natale. La politica sanitaria si rivela il banco di prova per monitorare questo lento e inarrestabile processo storico-sociale, anche perchè piu’ di ogni altro settore dell’attivita’ amministrativa la gestione dei problemi di salute tocca prima o poi ogni singolo cittadino. Come accade nelle fasi di transizione il passaggio dalla dimensione centralista a quella locale comporta rischi ma nel contempo anche nuove opportunità. Visto da una prospettiva storica di ampio respiro il “passaggio di consegne” tra il governo Amato e quello Berlusconi appare assai meno traumatico e discontinuo, per l’assetto della sanita’ pubblica, di quanto si potesse immaginare all’indomani delle elezioni politiche e di quanto si è verificato, ad esempio, nel campo dell’istruzione.

 Fino ad oggi le pur legittime preoccupazioni di alcuni ambienti sindacali medici, riguardo alla tenuta etico-solidaritica del SSN, non hanno avuto riscontri. Non si “smantella” in pochi mesi un servizio sanitario pubblico che, nel bene come nel male, regge il confronto con gli altri paesi, ha decenni di storia alle spalle e un solido radicamento, in particolare a livello territoriale come testimonia il consenso sociale della MG. Troppo alte sono le incognite politico-sociali di un’operazione di privatizzazione accelerata mentre la vicenda del piano sanitario regionale dimostra che questa prospettiva non appare all’ordine del giorno dell’agenda politica del centrodestra.

Inoltre lo spostamento del baricentro decisionale dallo stato alle regioni si potrebbe rivelare più una garanzia di tenuta che non un fattore di disgregazione. In attesa dell’arrivo del Senato delle regioni, naturale organo per la concertazione delle politiche regionali, la conferenza stato-regioni appare la sede di compensazione tra istanze e posizioni politico-programmatiche diversificate, come quelle che caratterizzano la variegata galassia del governo locale.

Volenti o nolenti le regioni devono trovare un accordo al loro interno sui principi generali e sulle materie piu’ scottanti, spesso grazie alla mediazione o all’intervento diretto dell’esecutivo (vedi l’esempio dei LEA); questo “stato di necessità” pragmatco controbilancia di per sè i pur reali rischi di fughe in avanti o le spinte centrifughe delle regioni più “autonomiste”. Ma c’e’ di piu’: gli interessi campanilistici e le scelte gestionali delle singole regioni si intrecciano e si sovrappongono, in modo inedito, al tradizionale antagonismo politico tra destra e sinistra. L’ultima burrascosa sessione della conferenza stato-regioni ha fornito un esempio eclatante di questo rimescolamento di ruoli che investe trasversalmente appartenenze politiche e rappresentanze istituzionali locali: pare che il governatore del Lazio sia arrivato ai ferri corti con il ministro Tremonti che, pur non militando tra le schiere dell’opposizione, è stato definito “killer” per non aver assecondato la richiesta di un trattamento finanziario privilegiato per il Lazio, oberato di debiti piu’ di altre regione.

A ben vedere proprio le modalità di finanziamento, più delle rituali dichiarazioni di principio, costituiscono il nodo strategico che condiziona l’orientamento etico-solidaristico del sistema, oltre a rappresentare la cartina di tornasole di eventuali future tendenze alla privatizzazione. Finchè resteranno in piedi i due istituti cardine dell’attuale sistema (prelievo centrale delle risorse, tramite la fiscalità generale, e ridistribuzione del fondo sanitario nazionale alle regioni sulla base della quota capitaria ponderata) ogni ipotesi di deregulation o di subordinazione della sanità alle pure logiche di mercato sarà impraticabile.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...