Anche in medicina serve la giusta misura

Il tema della medicalizzazione è stato già accennato più volte in questa rubrica. Si tratta della progressiva dilatazione dei compiti della medicina i quali dal ristretto ambito della cura delle malattie si sono via via estesi ad altri settori come la salvaguardia nella salute delle persone sane, l’alimentazione, la medicina estetica e quella naturale, le terapie non convenzionali contro lo stress e così via.

Non è intento di queste brevi note formulare giudizi sulla validità di questa tendenza, sviluppatasi negli ultimi venti anni grazie anche al proliferare di inziative editoriali, televisive e commerciali di vario genere, rivolte al grande pubblico. Il dato di fatto più evidente è la crescente offerta, nella nostra societa, di prestazioni più o meno attinenti alla salute, che ha influenzato la domanda e i bisogni sanitari (soprattutto in alcuni ambiti sociali più sensibili) orientandola sempre di più in senso preventivo e di mantenimento del benessere corporeo, della “forma” fisica. A questo fenomeno si aggiunge ovviamente il continuo progresso delle conoscenze scientifiche che ha permesso avanzamenti, notevoli ed impensabili fino a pochi decenni fa, nel campo della diagnosi e, seppur in misura minore, nella terapia di numerose malattie.

I riflessi sociali e sul servizio sanitario sono molteplici e a volte contraddittori: se un accresciuto numero di persone diventa consapevole dei problemi della salute (e si impegna per risolverli) altrettanti individui vivono nell’assillo di mantenere la propria forma fisica, nel terrore di perderla, non tenendo conto che ogni pratica, sia giagnostica che terapeutica, comporta dei benefici ma, anche se minimi,alcuni rischi.

Capita così che ogni giorno di più il medico venga consultato per problemi di poco conto, a volte francamente per non-problemi, e che di conseguenza gli ambulatori siano sempre più affollati di persone che temono le malattie più che esserne affette.

La principale conseguenza di questa accentuata attenzione alle modificazioni del proprio stato fisico (già individuata e descritta dagli studiosi di storia della medicina) è l’incremento dei sintomi presentati all’osservazione del medico, molti dei quali in passato venivano, a volte a torto, trascurati mentre oggi sono oggetto di preoccupazione. Sono spesso nient’altro che modificazioni fisiologiche del nostro organismo (in particolare dell’apparato digerente), altre volte piccoli acciacchi di ogni giorno (le malattie da raffreddamento, i piccoli traumi, irritazioni e infezioni della pelle, lievi dolori muscolari o articolari e così via) definiti in gergo medico “autolimitanti”, che cioè si esauriscono da soli entro breve tempo.

Si è dunque ampliato notevolmente il numero dei sintomi soggettivi che il paziente considera “malattie” e, conseguentemente, da sottoporre ad accertamenti o terapie, anche a causa di una riduzione della tolleranza individuale al dolore e più in generale al malessere fisico. Il compito del medico pertanto è quello di valutare nel modo più rapido ed esauriente l’entità del problema, rassicurare e fornire, possibilmente, risposte terapeutiche adeguate al bisogno del paziente. In passato probabilmente queste stesse situazioni nella maggioranza dei casi non giungevano all’osservazione del medico; vi era quasi sempre un parente o una vicina saggia che sapeva, grazie all’esperienza, ricondurre il fatto entro i binari dei piccoli innocui acciacchi, sedando le ansie e ressicurando il “malato”. Alcuni lettori ricorderanno la scherzosa “diagnosi” che la nonna veneta dello psicoanalista Cesare Musatti un giorno pronunciò al capezzale del nipotino sofferente di mal di pancia: “Xe niente, xe niente; xe una scorezeta de traverso”.

Sembra proprio persa quella capacità di fare semplici autodiagnosi che deriva, per ognuno di noi, dall’esperienza dei segnali che l’organismo ci invia e che solo noi dovremmo saper valutare nel loro più autentico significato: vale a dire riuscire a distinguere immediatamente i cambiamenti corporei importanti e gravi, che non sempre si identificano con sensazioni dolorose, da quelli meno significativi e transitori. Forse non sono lontani dal vero coloro che indicano questa perdita di capacità intuitiva come una espropriazione dovuta al condizionamento operato sull’individuo dalla medicina tecnologica.

Questa attitudine è preziosissima anche per il medico che dovrebbe sempre prestare attenzione all’interpretazione che del proprio vissuto da il   paziente, senza limitarsi alle descrizioni chematiche dei manuali di patologia, ma attribuendo il giusto peso a talune insistenze, apparentemente ingiustificate; a volte è utile addirittura sondare l’opinione del paziente sui suoi sintomi con domande del tipo “Ha la sensazione che le sia successo qualche cosa di grave, di importante, di diverso rispetto all’altra volta?”

Al contrario può anche accadere che un paziente, sopravvalutando le proprie capacità di giudizio clinico, rinvii una consultazione medica per sintomi giudicati passeggeri ma che in realtà sono il segnale di malattie importanti. Infine il medico di famiglia impara con l’esperienza, avendo conosciuto a fondo la personalità, la cultura, l’ “affidabilità” di un assistito, che la semplice richiesta di una visita può celare qualche cosa di importante, nonostante l’apparente banalità dei sintomi.

Giuseppe Belleri

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