Attenzione all’effetto placebo!

La riclassificazione dei farmaci operata dalla C.U.F. all’inizio del 1994 ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della valutazione dell’efficacia delle medicine. Fino ai primi anni di questo secolo i medici hanno utilizzato pochissimi farmaci di efficacia scientificamente documentata e una gran maggioranza di medicine che oggi, alla luce dei progressi delle conoscenze, fanno sorridere se non rabbrividire. Ciononostante schiere di malati sono stati curati e spesso guariti da gravi malattie in virtù, soprattutto, di quella che gli antichi chiamavano “forza risanatrice naturale”; i medici, di conseguenza, hanno goduto, per secoli ed alquanto immeritatamente, di quel prestigio sociale che oggi, nel suo momento di massima espansione scientifica, la medicina stenta, paradossalmente, a mantenere.

Per avere un’idea di questo fenomeno basterebbe confrontare l’attuale prontuario con quello in uso fino alla prima metà del secolo; è facile notare come ben pochi prodotti lungamente usati abbiano resistito all’usura del tempo. Eppure per secoli i malati si sono rivolti con fiducia e beneficio alle cure che venivano loro consigliate benchè esse non offrissero la pur minima dimostrazione di efficacia. Tale stato di cose è comprensibile solo se si considera il cosiddetto “effetto placebo”, vale a dire la capacità di una sostanza chimica, per se non dotata di attività farmacologica ( ad esempio acqua distillata o compresse di amido), di esercitare effetti terapeutici su una malattia o su un sintomo ( dalle infezioni alla febbre, dal dolore articolare all’ulcera duodenale) proprio come farebbe la medicina dotata di efficacia documentata. Si può forse affermare che la storia stessa della moderna farmacologia coincida con la scoperta dell’effetto placebo e con il tentativo, come vedremo assai problematico, di annullarlo o quanto meno di controllarlo. Si calcola infatti che questa misteriosa proprietà spieghi addirittura il 30% dell’attività di qualsiasi prodotto che viene posto in commercio; sono stati inoltre descritti pazienti più o meno reattivi al placebo e modalità di assunzione dei farmaci che sono associate ad una sua maggiore intensità. E’ diventato quindi un imperativo scientifico quello di valutare se un farmaco agisca in virtù di questo fenomeno o di una sua intrinseca proprietà, pena la commercializzazione di farmaci fasulli. Dopo numerose esperienze la ricerca giunse alla conclusione che non si poteva affermare nulla sull’efficacia di una cura, se si assumevano come riferimento gli “effetti” osservati; si pensò quindi che solo dal raffronto con l’azione di una sostanza inerte poteva emergere la dimostrazione dell’efficacia terapeutica del farmaco sottoposto a sperimentazione. Iniziò quindi la pratica della somministrazione di un placebo all’insaputa di alcuni pazienti, mentre ad un altro gruppo veniva dato il farmaco di cui si voleva valutare l’attività.

Ben presto però i ricercatori si resero conto che neppure con questo “stratagemma” l’effetto placebo veniva completamente annullato in quanto il medico, che era al corrente della natura di ciò che stava prescrivendo, influenzava inconsapevolmente con il proprio atteggiamento il giudizio del paziente sulla sostanza assunta, ed anche la sua efficacia documentabile. Per sottrarsi a questo rischio vennero avviate le cosiddette ricerche in “doppio cieco” che consistono nel tenere all’scuro sia il paziente sia lo sperimentatore della natura ( di placebo e di farmaco) di ciò che viene somministrato. Sorprendentemente però, nonostante tutti questi sforzi, emerse dall’attenta valutazione dei risultati di alcune ricerche che buona parte dei medici e dei malati si erano resi conto che stavano assumendo o somministrando il farmaco pittosto che il placebo. Numerosi altri dati, che per brevità non è possibile riferire, contribuiscono a rendere l’effetto placebo un fenomeno ancora scarsamente compreso, soprattutto se lo si considera una proprietà intrinseca di una molecola o di un paziente e non il prodotto dell’interazione complessa tra il malato, con le sue ansie ed aspettative, e il medico che lo cura.

Giuseppe Belleri

 

 

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