AUTUNNO, TEMPO DI MALANNI RESPIRATORI

Dopo ogni improvviso abbassamento della temperatura atmosferica si verificano le immancabili piccole epidemie di infezioni delle vie aeree, con i classici sintomi: tosse secca, starnuti, febbre, raucedine, naso chiuso. Si tratta in genere di forme virali, le quali tuttavia non hanno nulla a che fare con l’influenza vera e propria, attesa generalmente con l’inizio dell’inverno. Tant’è che proprio in queste settimane è in corso la campagna di vaccinazioni anti-influenzali.

Le infezioni aspecifiche delle vie aeree superiori sono i disturbi che più di ogni altro spingono i cittadini dal medico di famiglia: diciamo subito che alcuni episodi di raffreddore e/o mal di gola con febbre modesta in un anno rappresentano la “normalità”. I sintomi possono interessare separatamente o in associazione tutti gli organi del tratto respiratorio: il naso, la gola, la laringe, la trachea e i grossi bronchi. Nelle persone sane tali infezioni hanno un decorso benigno e si osservano in ogni stagione, raggiungendo la massima diffusione nei mesi freddi; nella maggioranza dei casi, cioè fino al 90%, sono provocate dai virus. Com’è risaputo non disponiamo di farmaci antivirali efficaci mentre gli antibiotici – vale a dire i prodotti che attaccano i batteri – non alleviano in nessun modo le virosi respiratorie. Simili affermazioni sono state spesso ripetute su queste colonne perché la distinzione tra malattie infettive batteriche e virali è fondamentale ai fini di decisioni terapeutiche razionali, e deve essere ben compresa dal paziente. Eppure nonostante i dati epidemiologici confermino il ruolo quasi esclusivo dei virus, ogni anno viene prescritto un gran numero di antibiotici per raffreddori, lievi mal di gola, abbassamenti di voce e tossi stizzose. L’ingiustificato uso di questi farmaci ha varie conseguenze: incremento degli effetti indesiderati da farmaci (fino alle vere e proprie malattie iatrogene) aumento dei i costi economici e, soprattutto, selezione di ceppi batterici multiresistenti agli antibiotici.

Proprio recentemente gli studiosi americani hanno condotto una ricerca, che ha coinvolto più di 29000 pazienti, per stabilire in che percentuale i medici prescrivano farmaci antibatterici nelle affezioni delle vie aeree. Si è così appurato che i medici statunitensi prescrivono antibiotici nel 51% dei casi di raffreddore, nel 52% delle infezioni delle alte vie respiratorie (faringiti, laringiti e tracheiti) e nel 66% dei casi di bronchite. E’ presumibile che anche negli ambulatori italiani le cose non vadano in modo troppo diverso.

Perché dunque molti medici si comportano in modo irrazionale, ricorrendo a farmaci che, nella maggior parte dei casi, sono inefficaci e che anzi possono indurre la formazione di ceppi batterici pericolosamente insensibili agli antibiotici?

Le motivazioni sono molteplici. Da un lato assumono un grande rilievo le aspettative dei pazienti, che richiedono direttamente o indirettamente la prescrizione degli antibiotici. Vero è che questi ultimi sono stati tra i primi farmaci efficaci introdotti nella pratica clinica. Grazie ad essi sono state salvate “miracolosamente” migliaia di vite umane: basti pensare alla polmonite batterica che all’inizio del secolo rappresentava spesso un pericolo per la vita, persino per giovani sani e robusti. Forse l’odierna sopravvalutazione degli antibiotici deriva da quel passato “glorioso”. Nel caso dei piccoli pazienti, inoltre, ha un grande ruolo la preoccupazione dei genitori, che si può tradurre in insistenza per la prescrizione di farmaci ritenuti sempre indispensabili ed efficaci.

D’altra parte il medico, di fronte a sintomi persistenti e vistosi può trovarsi in una condizione di incertezza per l’impossibilità pratica di stabilire la natura virale o batterica dell’infezione. Così, nel dubbio di una forma infettiva impegnativa – come spesso sono le infezioni dovute ai germi rispetto alle più lievi virosi – egli decide di prescrivere un farmaco antibatterico; altre volte la decisione è influenzata dalle condizioni generali o di vita del paziente, in particolare quanto egli sia affetto da patologie croniche come cardiopatie, asma o diabete.

Una volta di più il problema è sfaccettato e di non facile soluzione. Per modificare azioni, convinzioni e aspettative radicate la strada maestra è l’educazione: dei pazienti, da parte di medici, istituzioni e Mass Media, e dei medici stessi ad opera della formazione continua post-laurea.

Per ultimo una breve osservazione. La prescrizione di antibiotici nelle infezioni respiratorie alte è il classico esempio della distanza che separa il dire, cioè i comportamenti attesi sulla base dei dati scientifici (la Evidence Based Medicine degli anglosassoni), dal fare, ovvero la pratica quotidiana. Questa divaricazione può essere spiegata anche dal fatto che in questa circostanza il teorico comportamento razionale e “qualitativo” del medico – in contrasto con le aspettative del paziente – consiste nel “non fare”, cioè nell’astenersi dal prescrivere un farmaco.

Dott. Giuseppe Belleri-Società Italiana di Medicina Generale

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