Come orientarsi nella giungla delle statistiche

Ogni tanto le statistiche riservano sorprese e possono destare anche reazioni di perplessità se non addirittura di incredulità. E’ il caso del più recente “Rapporto sulla salute in Italia nel 21° secolo”, presentato a Firenze nel mese di settembre, che comprende alcuni indicatori di salute dai quali si può ricavare il profilo di efficacia e di efficienza dei servizi sanitari. Ebbene il nostro paese è uscito a testa alta dal confronto con le altre nazioni dimostrando addirittura, in alcuni casi, una superiorità, per esempio riguardo a longevità della popolazione (la cosiddetta aspettativa di vita alla nascita), mortalità infantile, lotta alle malattie cardiovascolari e al cancro.

Questi dati hanno suscitato discussioni, prese di posizione polemiche e – comunque vengano interpretati – tendono a controbilanciare la tendenza a considerare soprattutto carenze, storture e disfunzioni della nostra sanità pubblica. Secondo questa indagine il nostro paese non si colloca, come spesso accade, sul fondo della classifica dei paesi più industrializzati ma bensì nelle prime posizioni. Da che parte sta quindi la verità? Il nocciolo della questione è sempre lo stesso: le statistiche descrivono una realtà “media”. Nei fatti le situazioni locali, all’interno di una stessa nazione, sono diversificate e variabili, sia a livello regionale sia nel confronto tra le varie regioni: a pochi chilometri di distanza, se non addirittura nella stessa città, si possono riscontrare casi di eccellenza ed esempi di inefficienza o talvolta addirittura di degrado. Il confronto con i dati statistici, sebbene questi non abbiano un valore assoluto ma forniscano talvolta una “fotografia” incompleta della realtà, è comunque essenziale e positivo, soprattutto quando contribuisce a ridimensionare pregiudizi, partiti presi, distorsioni e immagini della realtà non corrispondenti ai dati di fatto.

Ecco un altro esempio che dimostra l’importanza di confrontare le proprie opinioni con i numeri. Mi riferisco ad una malattia di cui si parla spesso: i tumori. Non passa giorno che le cronache non annuncino novità nel campo della ricerca biomedica o delle cure. Grandi speranze suscita la terapia genica e la cosiddetta medicina predittiva. Le vicende sanitarie di alcuni sfortunati malati sono finite sotto i riflettori dei Mass Media ed hanno alimentato discussioni pubbliche. Infine si susseguono le manifestazioni per sensibilizzare e raccogliere fondi a favore delle associazioni che promuovono la ricerca o recano aiuto e concreta assistenza ai malati. Si tratta di lodevoli iniziative, sorte negli ultimi vent’anni e sconosciute in passato, che incontrano il favore dei cittadini e proseguono grazie alla generosità di molti. Questo grande impegno pubblico può però ingenerare una eccessiva apprensione per questo tipo di malattie, in particolare nelle persone giovani e inesperte che possono essere portate a sopravvalutare la frequenza dei tumori. Capita così che alcuni assistiti chiedano al proprio medico di poter eseguire esami del sangue, nonostante siano in buone condizioni generali e privi di sintomi, per avere una conferma della propria salute e quasi per una forma di rassicurazione “scaramantica” rispetto al rischio di ammalarsi (rischio che non si riduce ricorrendo agli esami ma modificando abitudini di vita scorrette). Da qualche tempo sottopongo gli assistiti che esprimono richieste in tal senso, ad una sorta di test sulla loro opinione rispetto alla frequenza dei tumori. La domanda è suppergiù la seguente: secondo lei quanti nuovi casi di tumore vengono diagnosticati in media in un anno, ogni 1500 assistiti in carico, da un medico di famiglia? Il lettore può ripetere personalmente il test, fermandosi un memento prima di continuare la lettura, per poi confrontare la propria stima con quella delle statistiche che riferirò più avanti. Le risposte della gente sono varie e si collocano in genere attorno alle decine di nuove diagnosi; qualcuno indica cifre che variano da cinquanta a cento casi di tumore all’anno.

Nel settore oncologico sono attivi, su base provinciale, numerosi “registri tumori” che si propongono proprio di raccogliere il maggior numero di dati epidemiologici per descrivere con precisione il fenomeno e magari poter trarre, dall’elaborazione delle informazioni, utili indicazioni per migliorare la prevenzione e la cura. Anche nella nostra provincia esiste un registro simile, seppur su scala ridotta, che si avvale della notifica, da parte dai medici di famiglia, dei casi diagnosticati nella popolazione assistita. Da questa esperienza, ormai pluriennale, è emerso che la media delle segnalazioni che giungono dai sanitari aderenti al progetto oscilla attorno alla decina di nuovi ammalati l’anno, con punte minime inferiori a 5 e massime vicino a venti. Come si vede siamo ben lontani dalle cifre indicate dagli assistiti intervistati nella mia inchiesta “alla buona”.

Con le considerazioni fin qui svolte non intendo ovviamente minimizzare il problema cancro nè, tanto meno, penso che le statistiche possano sedare le ansie della gente, che talvolta sconfinano nell’autentica patologia psichiatrica (oncofobia); semplicemente si tratta di vedere nella giusta dimensione un problema sanitario complesso e dai rilevanti risvolti sociali.

Dott. Giuseppe Belleri- Società Italiana di Medicina Generale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...