Controversie sulla cura Di Bella

Nelle ultime settimane del 1997 le cronache sanitarie sono state monopolizzate dal “caso” Di Bella, vale a dire dai contrasti tra il fisiologo modenese e le autorità sanitarie a proposito della cura antitumorale – a base di somatostatina e melatonina – che il professore ultraottantenne avrebbe messo a punto ed applicato da decenni, senza il riconoscimento della comunità scientifica internazionale.

Non è questa la sede per esprimere opinioni sull’efficacia del metodo Di Bella, sia per la mancanza di informazioni dettagliate sia perché il giudizio sui farmaci antitumorali spetta ai farmacologi e ai clinici del settore. Prendendo spunto dalla controversia si possono però esporre alcune considerazioni sulle regole e sul metodo corretto per stabilire l’efficacia di una cura e, più in generale, sulla “filosofia” che ispira la ricerca e la sperimentazione clinica.

I principi teorici che guidano la conoscenza scientifica sono studiati dalla filosofia della scienza. L’argomento può forse incutere un certo timore reverenziale anche se è meno ostico di quanto si possa immaginare: in sostanza i filosofi della scienza non si occupano tanto di problemi specifici (ad esempio le malattie tumorali) ma bensì di COME la mente umana conosce la realtà, vale a dire il procedimento logico e pratico attraverso il quale si giunge a stabilire la fondatezza della conoscenza scientifica. Il lettore impaziente di ottenere risposte chiare sul “caso” di Bella si domanderà che cosa abbia a che fare questo discorso teorico con i malati oncologici. Purtroppo per risolvere il conflitto scientifico insorto tra il professore modenese e le autorità sanitarie sono necessari, da un lato, una preliminare riflessione sui principi generali e sulla metodologia adottata dal ricercatore e, dall’altro, una discussione critica e pubblica sui risultati conseguiti. Si sa che, prima di comunicare, due persone devono trovarsi d’accordo sulla lingua in cui avverrà il colloquio e talvolta anche sul significato di alcune parole che verranno via via utilizzate. In questa vicenda a volte sembra di assistere ad un dialogo tra sordi perché, probabilmente, non vi è tra gli interlocutori quella sintonia di opinioni su alcuni principi di fondo e su una metodologia della ricerca condivisa. Prima di poter stabilire, dal punto di vista scientifico, che una certa cura è valida bisogna raggiungere un accordo sui presupposti generali in base ai quali si formula il giudizio di efficacia di un farmaco.

In pratica occorre affrontare due questioni: 1) da quali fatti si può dedurre la verità di un’affermazione del tipo: “Il metodo di Bella è in grado di guarire dal tumore”?; 2) qual è il procedimento scientifico corretto e pratico (il metodo) per valutare un farmaco?

In questo articolo tenterò di analizzare la prima questione che evoca subito il problema della verità, tema a proposito del quale i filosofi hanno versato fiumi di inchiostro da qualche millennio a questa parte. Lasciamo quindi a loro questa impegnativa controversia.

In medicina si è raggiunto un accordo di massima sul concetto di “verità come corrispondenza con i fatti”. Se per esempio facessi un’affermazione del tipo “domani si verificherà un’eclissi solare totale della durata di tre ore” basterà osservare il sole ed attendere la fine della giornata per stabilire se la dichiarazione era veritiera (cioè se i fatti confermano la mia convinzione) o era una “bufala”. Al principio di verità come corrispondenza con i fatti si ispira la cosiddetta Evidence Based Medicine, nata nel mondo anglosassone alla fine degli anni Settanta, che in italiano significa proprio medicina basate sui fatti, sulle prove di efficacia.

Analogamente all’esempio astronomico per poter affermare che un nuovo trattamento è più efficace di un altro bisogna stabilire i criteri (cioè i fatti osservabili da parte del medico) in base ai quali il malato è ritenuto guarito. Ad esempio nel caso di un antibiotico prescritto per una tonsillite batterica si possono stabilire regole – dette anche parametri di guarigione – più o meno rigide: scomparsa della febbre e\o del dolore, aspetto delle tonsille, negatività del tampone che isola il germe patogeno. A volte capita che, nonostante la remissione dei sintomi a seguito di una cura appropriata, si verifichi una ricaduta perché il germe non era stato completamente debellato. Quindi l’affermazione, dopo pochi giorni di terapia, che il paziente è sicuramente guarito può rivelarsi imprudente, mentre un giudizio più ponderato può essere formulato dopo aver verificato la negatività del tampone faringeo.

Lo stesso discorso vale per i tumori, con alcune differenze rilevanti. Per giudicare l’andamento della malattia e l’esito della terapia sono necessari tempi lunghi, che a volte contrastano con l’urgenza di situazioni umane spesso drammatiche (in genere devono passare almeno cinque anni dal momento della diagnosi perché si possa parlare di guarigione). A volte dopo una prima risposta alle cure si assiste ad una ripresa ed anche ad una diffusione della malattia neoplastica. Infine l’obiettivo da raggiungere – cioè i fatti in base ai quali si può ritenere la terapia efficace – è ben più impegnativo rispetto all’esempio della tonsillite, in cui al massimo il malato può incorrere in una ricaduta: nel caso dei tumori è in gioco la sopravvivenza del paziente e la qualità della sua vita. Il giudizio su un farmaco antitumorale può essere dato solo dopo aver raccolto e, soprattutto, confrontato i dati relativi a numerosi casi clinici simili, sottoposti allo stesso schema terapeutico. Entriamo così in pieno nella seconda questione, vale a dire la discussione sui modi corretti per condurre una sperimentazione clinico-farmacologica; a questo argomento verrà dedicato un successivo articolo.

Dott. Giuseppe Belleri- Società Italiana di Medicina Generale

 

 

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