Il rischio, questo sconosciuto (I)

Viviamo in un’epoca costellata di rischi. Ogni giorno i mass media ci ricordano direttamente o indirettamente quanto sia precaria l’esistenza, a causa delle innumerevoli situazioni potenzialmente dannose per l’incolumità e la salute. Vi sono rischi relativi alla vita domestica e ai mezzi di trasporto. I bollettini ci informano sulle condizioni dell’aria e sulla presenza di sostanze tossiche che talvolta, nei mesi invernali, superano la soglia di allarme. D’estate perfino l’esposizione e al sole e la balneazione, da qualche anno, non sono più sinonimo di tranquillità e benessere. Per non parlare dell’acqua che beviamo e dei cibi che ingeriamo: sostanze inquinanti, allergizzanti, pesticidi, additivi, coloranti o conservanti rappresentano altrettante potenziali fonti di guai. Infine in campo strettamente medico esistono fattori che predispongono a malattie cardiovascolari (colesterolo, ipertensione, obesità etcc.) respiratorie (fumo di sigaretta, smog, sostanze chimiche e allergeniche) tossiche ( alcolici, cibi non ben conservati etc..) o infettive (comportamenti come promiscuità o uso di droghe). Non mancano i pericoli legati allo svago e al turismo (incidenti sportivi, avvenimenti politici vedi Yemen) né quelli relativi alle pratiche mediche (radiazioni, interventi chirurgici etc.). Paradossalmente perfino i farmaci assunti per ridurre un fattore di rischio – ad esempio il colesterolo – espongono il soggetto a potenziali, e per fortuna rari, effetti indesiderati.

Si tratta di un elenco sommario, che dimostra tuttavia come ognuno di noi sia quotidianamente esposto ad un elevato numero di pericoli più o meno reali; prendendoli tutti sul serio si corre il rischio – si perdoni il gioco di parole – di “rovinarsi” l’esistenza, e d’altra parte è stato osservato che una vita senza rischi non meriterebbe di essere vissuta.

Di fronte al problema due sono gli atteggiamenti possibili: da un lato si può studiare la percezione di tali “minacce” da parte delle persone comuni e dall’altro approfondire la valutazione obiettiva fornita dalle ricerche scientifiche, e in particolare dalla statistica. Oggi parlerò del primo aspetto, cioè della dimensione socioculturale dell’argomento, mentre il secondo sarà oggetto di un successivo articolo.

L’uomo della strada valuta e fronteggia il potenziale pericolo perlopiù soggettivamente; le sue convinzioni sono influenzate dall’esperienza personale, dall’età, dal fatto che il rischio sia più o meno vivido, da fattori culturali, abitudini e inclinazioni, da sensazioni di incontrollabilità e di controllo attivo etc..

Alcuni scelgono di ingaggiare una battaglia a tutto campo contro ogni rischio. E’ l’atteggiamento del cosiddetto “salutista”, impegnato senza tregua in un’estenuante rispetto dei comportamenti “salutari”; tutto deve essere regolamentato, controllato e rientrare nei parametri della normalità.

Qualcun altro magari ci prova ma poi viene sopraffatto dalle dimensioni dell’impresa e decide di vivere alla giornata, senza programmare ossessivamente la vita, nell’affannosa fuga dalle quotidiane paure che i media ci istillano. E’ stato verificato, per esempio, che dopo la divulgazione di ricerche che dimostrano una correlazione tra un certo comportamento e danni per la salute, il comportamento della gente cambia drasticamente nell’arco di poche settimane, salvo poi ritornare gradualmente alla situazione precedente.

Infine una quota di persone decide, di fronte alla pervasività sociale dei rischi, di ignorare completamente il problema in una sorta di nichilismo; altri invece ostentano un eccesso di sicurezza, quasi una sensazione di invulnerabilità personale, o si dedicano ad una vera e propria “vita spericolata”, esponendosi deliberatamente a sciagure evitabili (si pensi alle cosiddette stragi del sabato sera).

Come spesso accade la virtù sta nel mezzo: cioè in un atteggiamento equilibrato che si preoccupa di sfuggire i pericoli inutili e facilmente aggirabili, senza però pretendere una sicurezza assoluta né una impossibile prevedibilità. Una saggia dose di buon senso e di sereno disincanto è indispensabile ogni volta che ci si accosta a notizie di ricerche su nuovi fattori di rischio, spesso enfatizzate oltre misura.

Giuseppe Belleri- Società Italiana di Medicina Generale

  

  

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