Il rischio, questo sconosciuto (II)

In un precedente articolo abbiamo visto come il rischio sia percepito, valutato e filtrato attivamente dalle singole persone sotto l’influenza di numerosi fattori, come l’ambiente sociale e culturale, la famiglia, gli amici, la personalità etc. L’articolo di oggi si sofferma invece sull’aspetto “scientifico” del problema, vale a dire come esso viene definito e quantificato dagli studiosi. Questo arduo compito è appunto svolto dagli epidemiologi, nel campo della sanità pubblica, e più in generale dai cosiddetti analisti del rischio che, per esempio negli Stati Uniti, hanno costituito una vera Società scientifica che conta più di 1700 iscritti.

Secondo tali esperti il rischio è la misura della probabilità che si verifichi una situazione potenzialmente pericolosa. Si tratta quindi di stime statistiche che danno un’idea della possibilità che accadano certi eventi, tradizionalmente considerati non prevedibili. Per esempio gli studi clinici su grandi gruppi hanno statisticamente dimostrato una correlazione tra inalazione di sostanze inquinanti, fumo di sigaretta e aumento dei casi di bronchite cronica; al contrario fra coloro che non fumano e che vivono in ambienti sani l’incidenza della stessa malattia è minore. Quindi il signor Rossi, addetto ad una lavorazione potenzialmente nociva e accanito fumatore, ha più probabilità di ammalarsi – cioè un rischio più elevato di broncopneumopatia – rispetto a quando non indulgeva al vizio del fumo e lavorava all’aria aperta. Non è detto però che egli andrà incontro con certezza matematica alla malattia in quanto vi sono altri fattori – di rischio e protettivi, identificati e ancora sconosciuti – che influenzano l’insorgenza della bronchite cronica.

In pratica il concetto di rischio si va sostituendo, perlomeno nelle malattie croniche, alla nozione di causa e di relazione tradizionale causa-effetto (il cosiddetto “determinismo”) in quanto si è ormai accertato che molte affezioni si sviluppano per il concorso di più agenti causali. La probabilità “scientifica” inoltre non è sinonimo – secondo una visione quasi “magica” del sapere – di completa prevedibilità. Anzi si tratta proprio del contrario: la scienza spesso non può andare oltre una ragionevole e fondata riduzione dell’incertezza, mentre le certezze definitive e immodificabili non rientrano nelle sue prerogative.

Vediamo un altro esempio concreto di rischio possibile che si riferisce alla tragica attualità: il recente terremoto dell’Umbria. Tutti ricorderanno le polemiche scoppiate dopo la seconda scossa che, provocando il crollo di una parte della basilica di Assisi, aveva travolto quattro persone intente ad un’ispezione. Le protezione civile proprio poche ore prima, di fronte alle allarmistiche notizie circolanti, aveva affermato che l’ipotesi di un altro movimento sismico di forza maggiore del primo era molto improbabile. Questa dichiarazione si basava su accurate stime statistiche che dimostrano come le cosiddette scosse di assestamento siano generalmente di grado modesto. Ciò però non implica che un evento opposto – cioè una seconda scossa più forte alla prima – non potesse accadere. In pratica si è verificato ciò che da un punto di vista statistico era ritenuto – in riferimento ai precedenti terremoti – assai improbabile, ma che tuttavia nessuno poteva escludere al 100%.

Tornando ai rischi da un punto di vista sanitario, la loro quantificazione statistica – vale a dire su un gran numero di individui – è assai importante, in campo preventivo, al fine di orientare il comportamento del curante. Infatti molte decisioni vengono prese allorché il rischio supera una certa soglia, oltre la quale le probabilità che si verifichino eventi negativi sono alte: ad esempio quando si riscontra un certo livello di colesterolo nel sangue, di gas inquinanti nell’atmosfera o quando la pressione arteriosa diastolica – cioè la minima – supera un valore predefinito etc.

La valutazione probabilistica del verificarsi o meno di un certo fatto è indispensabile non solo per prendere decisioni ma anche per ottenere il consenso del paziente rispetto a trattamenti farmacologici o chirurgici. In tali casi il rischio – per esempio di avere gravi effetti collaterali da una cura antitumorale – deve essere ponderato in relazione ai benefici ottenibili dalla chemioterapia o da trattamenti alternativi, meno efficaci ma più tollerati; sarà il paziente a decidere, in accordo con il medico e dopo una esauriente informazione sulle varie opzioni, di iniziare una cura piuttosto che un’altra.

Il riferimento alle probabilità e alle statistiche è ormai d’obbligo in ogni campo, medicina compresa, e si pone in contrasto con la visione “mitica” che identifica l’attività scientifica con gli ideali di certezza assoluta, prevedibilità e sicurezza; tale concezione è da tempo superata anche se è tuttora radicata nell’immaginario e nei desideri collettivi degli uomini (e dei medici in quanto uomini).

Dott. GIUSEPPE BELLERI – SOCIETA’ ITALIANA DI   MEDICINA GENERALE

 

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