Integrazione, parola magica e di moda…..

Una parola inusuale ricorre da qualche tempo nei discorsi riguardanti l’organizzazione e l’efficienza dei servizi sanitari: integrazione. Che cosa significa e soprattutto quali sono i vantaggi pratici, che derivano al malato, degli interventi volti a sviluppare questo aspetto del sistema sanitario?.

Il termine moderno “integrazione” ha un antenato latino (integer) che significa intatto, illeso, completo, mentre il verbo integrare indica l’azione di rendere qualcosa integro o intero. Al di la delle disquisizioni etimologiche, che hanno un valore orientativo, con questa espressione oggi si indica l’esigenza di collegamento, armonizzazione e di coordinamento delle azioni intraprese dai componenti di un sistema, al fine di raggiungere obiettivi comuni. Può essere utile, per chiarire il significato del termine, trarre un esempio dal funzionamento del nostro organismo. Si pensi agli eventi fisiologici che accompagnano una qualsiasi azione – per esempio una corsa – che coinvolge diversi organi ed apparati: dopo le prime contrazioni muscolari, che aumentano il consumo di ossigeno a livello muscoli interessati, cuore e polmoni incrementano la frequenza del loro ritmo proprio per consentire la prosecuzione dello sforzo, apportando una adeguata quantità di sangue ben ossigenato. Se al contrario il soggetto soffre di una malattia polmonare (per esempio asma) o cardiaca (ad esempio scompenso) non potrà continuare la corsa proprio perché l’integrazione, il coordinamento tra i muscoli e la funzione cardio-polmonare non è ottimale: alla fine il malato dovrà interrompere lo sforzo.

Il modello dell’organismo umano può essere utilizzato anche per comprendere il buon funzionamento – o le disfunzioni – delle organizzazioni sanitarie; non si tratta ovviamente di una novità. L’analogia tra la società e il corpo umano fu l’argomento vincente utilizzato dal console Menenio Agrippa, ai tempi di Roma antica, nel suo famoso apologo dello stomaco e delle membra. Niente di nuovo sotto il sole quindi, ma la rivalutazione di un filone di pensiero che sottolinea l’importanza della cooperazione al fine di conseguire obiettivi condivisi. Dunque l’integrazione in campo sanitario significa, in primo luogo, un incremento degli scambi informativi e delle relazioni personali tra i vari professionisti coinvolti nell’assistenza ai malati, con particolare attenzione ai portatori di patologie croniche, anziani o invalidi. Detto così sembra una banalità; che cosa impedisce di scrivere quattro righe o fare una telefonata per tenere informato un collega o un paziente? Eppure non mancano le difficoltà pratiche che quotidianamente rendono difficile la comunicazione: per esempio il banale problema di decifrare una calligrafia illeggibile!

Quando poi la malattia cronica si accompagna a disturbi psicologici (solitudine, ansia, depressione etc) o sociali (povertà, disoccupazione, emarginazione etc.) la situazione è più complessa in quanto entrano in scena figure non appartenenti al mondo sanitario, che possono avere quindi logiche organizzative, doveri profes- sionali e modalità d’intervento non omogenee.

Insomma vi è il rischio che si verifichi una frammentazione, uno scollamento tra gli interventi assistenziali e sanitari, che i diversi attori non comunichino tra di loro, andando ognuno per la propria strada o, peggio, entrando in contrasto fra loro. Le iniziative di integrazione in campo sanitario si propongono di risolvere questi problemi con un’azione di armonizzazione tra le varie figure professionali e richiedono lo sviluppo di una cultura della collaborazione, dell’ascolto e nuove abilità relazionali.

Dopo le belle parole e le dichiarazioni di principio veniamo alla realtà che, per molteplici motivi, è ancora lontana dalla teoria. Il primo ostacolo all’integrazione è la presenza, fra le categorie sanitarie, di una certa reticenza alla comunicazione, di una tendenza a rinchiudersi nel proprio spazio d’azione. Tuttavia da qualche tempo sono state avviate significative esperienze di innovazione nella gestione di varie malattie croniche. La prestigiosa rivista inglese British Medical Journal ha recentemente ospitato le conclusioni di una ricerca, svolta a Rovereto dal Prof. Bernabei della Cattolica di Roma, che si proponeva di valutare i risultati dell’assistenza domiciliare integrata, rivolta alle persone anziane. Grazie all’introduzione di una nuova figura professionale – il case manager o gestore del caso – preposto a coordinare il lavoro di specialisti, medici di famiglia, psicologi, infermieri e assistenti domiciliari è stato possibile verificare una riduzione dei ricoveri, un miglioramento delle condizioni psico-fisiche, della qualità dell’assistenza ed anche del rapporto costi-benefici. Gli autori della ricerca sottolineano che il fattore critico per garantire il buon esito dell’assistenza domiciliare integrata è la motivazione di tutti i soggetti coinvolti nei servizi. E soprattutto la convinzione che al centro della sanità non vi è la medicina generale, né l’ospedale o gli specialisti ma che deve esserci il cittadino malato.

Dott. Giuseppe Belleri

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