La difficile convivenza con la malattia mentale

Se è difficile vivere a fianco di persone ammalate e sofferenti, ancor più penoso e coinvolgente è il compito di coloro che assistono congiunti affetti da depressione, fobie, nevrosi, ossessioni, “esaurimento nervoso” etc..

Il disagio psichico infatti mette in “crisi” familiari ed amici perchè costoro, animati dal desiderio di aiutare il loro caro, si rendono conto invece di non avere nè strumenti di comprensione nè, per conseguenza, regole di comportamento che possano dare un concreto sollievo alla sofferenza psichica. D’altra parte la stessa psichiatria ha elaborato modalità teoriche e pratiche per affrontare questi problemi assai diverse le une dalle altre e a volte contrastanti: si sono sviluppate così numerose scuole di pensiero che hanno formulato altrettante spiegazioni della malattia mentale ora privilegiando i meccanismi biochimici delle cellule nervose, ora le problematiche inconscie, ora le relazioni sociali, ora le dinamiche familiari o comportamentali, per citarne solo alcune. Ognuna di queste scuole ha messo in atto coerenti tecniche terapeutiche, spesso assai complesse, che spaziano dalla psicoanalisi alla somministrazione di farmaci, dalla terapia cognitivo-comportamentale alla terapie di gruppo e familiari.

Purtroppo però, disorientati da questa molteplicità di interventi, i familiari dei malati si sentono spesso disarmati e confusi, nella vita quotidiana, e preferiscono fare ricorso, come punto di riferimento per interpretare i comportamenti del sofferente, a quello che è il modello corrente di malattia: vale a dire le affezioni organiche, da tutti sperimentate almeno una volta nella vita, provocate da una causa esterna ( virus, batteri, sostanze allergeniche o tossiche, traumi etcc) o dalla rottura di un meccanismo interno all’organo (l’aumento della pressione, i calcoli, la trombosi, le contrazioni dei visceri etcc…). Qualche cosa quindi che accade indipendentemente dalla decisione del soggetto e contro il quale occorre agire, per esempio con un farmaco o un intervento chirurgico, al fine di ristabilire la normalità. Questo modo di intendere la sofferenza psichica suggerisce che qualche meccanismo si sia inceppato all’interno della mente (le famose “rotelle”) e che si debba operare per “ripararlo”, principalmente con dei farmaci. Bisogna sottolineare che la stessa “incomprensibilità” della malattia è condivisa dal malato che non riesce a farsene una ragione, arrivando spesso anche a criticare da sè i propri sintomi per la loro assurdità. Ed infatti capita che egli ingaggi una battaglia personale contro di essi giungendo all’amara conclusione che non solo gli è impossibile annullarli, o anche solo controllarli, ma che la malattia consiste proprio in questa sua inacapacità. Non di rado certe sfumature depressive che accompagnano gli stati d’ansia sono da attribuire allo scoramento che sopraggiunge allorchè il malato si rende conto che neppure mobilitando tutte le sue residue energie mentali egli può vincere la paura e le sue manifestazioni fisiche (batticuore, tremori ed agitazione, senso di affanno respiratorio etc..). Proprio in questa fase i consigli e l’influenza delle persone che lo circondano possono giocare un ruolo fondamentale sia nel senso del sostegno sia dall’accentuazione, involontaria, del disagio.

Costoro infatti, in buona fede e spinti dal desiderio di portare conforto, finiscono col rivolgere consigli del tipo: “devi regire”, “ci vuole uno sforzo di volontà”, “devi sforzarti”. Tutte espressioni che fanno appello alla volontà del malato quasi chi i sintomi dipendessero da lui, da una sorta di indolenza o “cattiva” intenzione, da una sua diretta responsabiltà individuale.

Anche partendo dal presupposto che il disturbo psichico sia diretta conseguenza della rottura di un ipotetico meccanismo biologico all’interno dal cervello, analogamente a quanto acccade per qualsiasi altro organo, raccomandazioni di questo genere appaiono poco pertinenti ed altrettanto poco efficaci: nessuno infatti si sognerebbe di incitare alla guarigione tramite uno sforzo volitivo una persona affetta da polmonite o da una semplice tonsillite che richiede, al contrario, oltre alla adeguata terapia antibiotica, una sospensione delle attività intenzionali, cioè il riposo assoluto sia fisico che mentale. Anzi le ingiunzioni contrarie ( “riposati”, “non andare al lavoro”, “prenditi una vacanza” ) sono il ritornello che si sentono rivolgere tutti coloro che sono affetti o convalescenti da una patologia fisica. Non sfuggirà infine la contraddizione in termini: come può “mettercela tutta” una persona che è “esaurita”?

Esortazioni di questo tenore rischiano, paradossalmente, di rinchiudere il sofferente in un circolo vizioso di sforzi, inani quanto impossibili, per vincere ansia e depressione che, puntualmente, avranno il sopravvento, provocando ulteriore scoraggiamento ed apprensione. Circolo vizioso che può essere favorito dalla contemporanea assunzione di psicofarmaci sedativi i quali, proprio per la loro azione, possono rendere il malato stanco e privo di quella reattività psichica cui in precedenza aveva attinto, con successo, per superare momenti difficili.

Per concludere è doveroso ricordare che talvolta la radice del disagio individuale non sta tanto all’interno del cervello ma nelle relazioni problematiche con l’ambiente.

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