La fiducia in medicina è tutto…

Il continuo avvicendamento del personale di assistenza, medico ma anche paramedico, è uno dei più frequenti motivi di disagio per il paziente, indipendentemente dalla qualità delle cure che vengono prestate. Lo sperimentiamo tutti quotidianamente negli ambiti più vari: avendo necessità di una persona per una prestazione professionale ( dal funzionario di banca al meccanico, dall’idraulico all’avvocato), si referisce quella con cui si è gia instaurato un rapporto perlomeno di conoscenza, mentre si è restii a cambiare interlocutore soprattutto se si è creato un clima di fiducia reciproca.

La tendenza alla personalizzazione, affermatasi tra l’altro anche in ambito politico, vale a maggior ragione per i problemi della salute dove i risvolti personali, e spesso intimi, insieme alla tutela della propria sfera privata, giocano un ruolo importantissimo. Purtroppo però le logiche dell’organizzazione sanitaria, in particolare nelle più grandi e complesse strutture assistenziali, rendono difficile ( a causa di esigenze di funzionamento legate a turni, periodi di ferie, congedi etc ) sia la possibilità di scelta del medico sia la continuità di rapporto tra il paziente e un determinato operatore sanitario. La libera scelta è invece quasi la regola nel settore libero-professionale mentre nella sanità pubblica solo la medicina generale consente al cittadino, ovviamente entro certi limiti, di poter scegliere un medico di fiducia; proprio questa facoltà conferisce alla medicina di famiglia una peculiarità, quasi una anomalia, rispetto agli altri settori pubblici ed è forse una delle stesse sue ragioni d’essere.

Esistono però situazioni che contrastano di fatto, o rendono più problematica, la relazione personale e continuativa tra curante e paziente: in campo medico infatti si va sempre più diffondendo la tendenza a standardizzare i comportamenti e le procedure assistenziali che si traduce nella introduzione di criteri diagnostici, classificazioni, stadiazioni cliniche, protocolli diagnostico-terapeutici etc. Per i ricercatori e per i medici è una necessità quella di usare lo “stesso linguaggio”, di fare riferimento a situazioni omogenee e confrontabili anche per poter comunicare, discutere, criticare, confutare le opinioni, le scoperte, i risultati delle ricerche e fare quindi avanzare le conoscenze, a beneficio di tutti; l’esigenza di uniformità è più che mai sentita in medicina pochè sono spesso prevalse nel passato concezioni e pratiche strane e contraddittorie, frutto talvolta più della fantasia o di consuetudini mai verificate che di rigorose e razionali dimostrazioni. L’utilizzare della stessa terminologia e di medesimi modelli descrittivi della realtà è la migliore garanzia contro il pressapochismo e la superficialità ed il presupposto per la socializzazione delle conoscenze scientifiche.

Un’esempio dell’importanza di fare riferimento, nella pratica quotidiana, a criteri diagnostici accettati universalmente ci viene dal caso della malattia reumatica; per molti anni, e cioè fino alla elaborazione dei cosiddetti criteri “maggiori” e “minori” necessari per la diagnosi di questa ormai rara malattia, venivano sottoposti a lunghissimi periodi di cura antibiotica con penicillina ritardo bambini che presentavano semplicemente alterazioni degli esami del sangue (il “famoso” TAS) in assenza di qualsiasi manifestazione clinica indispensabile per poter individuare il “reumatismo articolare acuto”. Sulla scorta di queste e di altre esperienze sono stati organizzate le cosiddette “consunsus conference” in cui esperti di ogni paese hanno elaborato numerosi sistemi di classificazione e stadiazione, descritte rigorose procedure di diagnosi e di cura, per cui oggi un cardiopatico, come un malato di tumore, possono essere curati più o meno con le stesse modalità nelle più varie latitudini.

Tuttavia se è vero che la standardizzazione dei comportamenti dei medici rende possibile l’alternarsi di diversi professionisti all’assistenza, senza alterare la qualità delle cure, essa può talvolta contrariare il malato che in genere preferisce rapportarsi al medico con il quale si era “trovato bene”; anche perchè nonostante tutti i più elaborati protocolli esistono, ed esisteranno sempre, situazioni particolari ed uniche che possono essere affrontate in modi diversificati, senza contare le legittime varietà di vedute che esistono ,ed esisteranno sempre, tra i medici.

Inoltre la standardizzazione delle procedure mediche può facilitare l’anonimato, una certa rigidità dei comportamenti, l’impersonalità della comunicazione e, come estrema eventualità, un impoverimento umano della relazione medico-paziente, immediatamente percepito e fonte di disagio per il malato. Da qui nascono talune resistenze che l’assistito esprime rispetto alla necessità un ricovero o di eseguire semplice indagini diagnostiche; il medico deve perciò saper affrontare timori e riluttanze attraverso un’opera di informazione personalizzata e di persuasione non solo “tecnica” ma partecipata.

Giuseppe Belleri

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