L’importanza della dimensione etica in medicina

 

I problemi etici della pratica medica sono balzati da tempo all’attenzione del pubblico e degli operatori sanitari. Basti ricordare le recenti prese di posizione della federazione degli Ordini dei medici a proposito di procreazione assistita e di eutanasia o lo scalpore suscitato dal caso delle piccola leucemica inglese a cui sono state negate ulteriori cure mediche per carenza di fondi.

Accanto a questi argomenti “forti”, che riguardano il potere della medicina sul sorgere e sul tramonto della vita e che implicano alto coinvolgimento emotivo, esiste un rinnovata attenzione dei medici per l’etica della prassi quotidiana, di routine, altrettanto importante ma che raramente giunge alle pagine dei giornali. La riproposizione di questi temi, testimoniata dalla nascita di numerosi comitati sia ospedalieri che ordinistici, avrà incuriosito e forse stupito alcuni lettori, abituati a considerare la medicina come un’attività professionale prettamente “tecnico-scientifica” e perciò estranea ad una materia di derivazione filosofica ed umanistica, qual’è l’etica. L’emergere dell’interesse per la legittimità e la giustezza dell’atto medico si è verificato, non a caso, parallelamente al ridimensionamento di una visione “meccanicistica” e tecnicistica della medicina: quella tendenza cioè che riserva al medico esclusivamente il ruolo di “tecnico della salute” impegnato a riparare il corpo\macchina, attraverso la manipolazione o sostituzione di un organo od apparato, proprio come fa un qualsiasi altro tecnico (meccanico, elettricista, orologiaio etc..) nel proprio settore di attività. Questa impostazione, nonostante i rilevanti successi conseguiti in particolare nella cura delle malattie acute, ha però messo in evidenza i suoi limiti che non si esauriscono nella considerazione, apparentemente ovvia ma spesso dimenticata, del paziente come persona con una storia, una coscienza, valori, relazioni, emozioni e non semplice portatore di un organo malato, disgiunto dal resto dell’organismo e dall’ambiente di vita. Non è cioè solo una esigenza di umanizzazione della medicina quella che ha stimolato il dibattito sull’etica; perlomeno altrettanto importante è la riflessione sull’efficacia\efficienza dell’assistenza sanitaria e sulle sue implicazioni socioeconomiche. Proprio perchè, tecnicamente, è possibile oggi fare molte cose ci si chiede se sia lecito e giusto farle e se siano compatibili con alcuni principi fondamentali. Per esempio qualsiasi intervento terapeutico, dalla prescrizione farmacologica all’atto chirurgico, lungi dall’essere di per sè buono comporta considerazioni relative al rapporto, da un lato, tra beneficio e rischio e, dall’altro, tra costi e benefici, sia rispetto al paziente che al servizio sanitario. L’alternativa tra beneficio e rischio infatti ha una stretta anlogia con i due principi cardine dell’etica medica: quello di beneficialità e quello di non maleficità. Il primo prescrive di prevenire o rimuovere un danno, un male altrui -cioè del paziente- ed ancor più di promuovere e procurare attivamente il suo bene. L’attività del medico dovrebbe comportare, in modo scontato, un beneficio per il paziente, ed effettivamnte nella stragrande maggioranza dei casi questo accade. Ciò non significa però che si debba agire in ogni situazione; a volte il maggior beneficio deriva dalla capacità del medico di attendere la remissione spontanea della malattia, d’accordo con il paziente e vincendo la tentazione di prescrivere necessariamente un farmaco. Infatti occorre tenere conto sia degli effetti indesiderati delle cure sia del rischio, per fortuna abbastanza raro, di patologia jatrogena (vale a dire delle vere e proprie malattite provocate dall’intervento medico). Per esempio uno degli obiettivi qualificanti dei prossimi anni, relativamente all’assistenza ospedaliera, è quello di ridurre l’incidenza delle infezioni nosocomiali, cioè le complicazioni infettive contratte durante la degenza. Non a caso l’altro cardine dell’etica medica, complementare al principio di beneficialità, prescrive che la prima preoccupazione per chi svolge una professione d’aiuto deve essere quella di non nuocere ( “primum non nocere” ). Si tratta di una norma all’apparenza paradossale in quanto nessuno di certo immagina che il medico, volontariamente, possa nuocere al paziente. Tuttavia il criterio della prudenza e della attenta considerazione dei rischi potenziali, anche minimi, cui si espone il paziente deve sempre far riflettere l’operatore sanitario, prima di prendere qualsiasi decisione clinica. Valga per tutti il fenomeno del cosiddetto accanimanto terapeutico, oggetto di innumerevoli polemiche, e spia di una acritica fiducia nella “tecnica” biomedica, non filtrata da un ragionevole e pietoso atteggiamento etico; in questa caso l’obiettivo di “fare il bene del paziente” entra in conflitto con il principio di non nuocere in quanto l’atto medico, in realtà, rischia di trasformarsi in un gratuito attivismo terapeutico fine a se stesso e senza più giustificazione.

C’è da sperare che l’attenzione del mondo sanitario per questi temi si estenda, favorendo la irrinunciabile ricomposizione tra aspetti scientifici ed umanistici della medicina. La medicina generale ha da sempre individuato questo obiettivo come sua ragione d’essere.

Giuseppe Belleri

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