Malato o malattia? Il falso dilemma…

Esiste il malato o la malattia? Potrebbe sembrare, a prima vista, una questione puramente teorica o una disputa “filosofica” lontana dalla realtà. Eppure queste due modalità di immaginare e “rappresentare” le sofferenze umane costituiscono le premesse per diversi modi di agire in medicina.

In linea di massima la cosiddetta medicina ufficiale privilegia la definizione di modelli ideali della malattia che derivano dall’elaborazione statistica dei dati clinici. Le descrizioni “tipiche” dei libri fotografano un aspetto della realtà e sono una sorta di astrazione media della varietà di situazioni concrete osservabili. Così facendo però si rischia di trascurare tutti i casi atipici e singolari e le manifestazioni patologiche che si discostano dalla media.

Tuttavia solo facendo riferimento ad una medesima diagnosi è possibile il confronto tra due o più procedure cliniche e terapeutiche, al fine di mettere in risalto differenze qualitative e quantitative e migliorare così l’assistenza. Il progresso della scienza è fatto di scoperte ma anche di un lento superamento dei limiti che ogni cura possiede. Ad esempio grazie agli studi di confronto tra farmaci, somministrati a malati affetti dalla stessa patologia, sono state abbandonate terapie che in passato erano reputate efficaci. Inoltre solo se si trova un accordo sulla definizione di una malattia si possono comunicare i risultati delle ricerche, e così diffondere ovunque, a beneficio del maggior numero di pazienti, i progressi scientifici. La preoccupazione del medico, a proposito della precisione della diagnosi o della classificazione, rischia a volte di degenerare in quella deprecabile tendenza ad identificare la persona con la patologia, per cui non si cura più il signor Rossi ma un “bronchitico”, “cardiopatico” etc…

Diversamente da quella ufficiale, la cosiddetta medicina alternativa trascura criteri diagnostici e classificazioni cliniche e considera quasi esclusivamente il malato nella sua singolarità. Con una simile impostazione si valorizza al massimo l’individuo, i suoi sentimenti, il suo vissuto soggettivo e la sua storia considerata unica ed incomparabile. La medicina non convenzionale privilegia infatti la relazione interpersonale tra quel medico e quel paziente, finendo per non vedere le numerose somiglienze che invece esistono tra i pazienti. Alla fine perciò diventa assai difficile stabilire l’efficacia delle diverse cure o dell’assistenza nel suo complesso. Per esempio il confronto tra due farmaci risulta quasi impossibile in quanto ogni medico, disinteressandosi della diagnosi, interpreta i sintomi in modo personale e soggettivo, cioè potenzialmente dissimile rispetto ad un collega. Non è un caso che l'”altra” medicina adotti un metodo basato soprattutto sugli aneddoti, cioè su resoconti di successi terapeutici sporadici e mai sottoposti a verifica critica.

Come spesso accade, la drastica alternativa della domanda d’apertura conduce fuori strada in quanto i due punti di vista implicano rispettivamente dei pro e dei contro. In realtà le malattie raramente rientrano in schemi rigidi e ripetitivi e neppure sono sempre uniche ed irripetibili. Nella patologia umana si riscontrano fenomeni ricorrenti e, contemporaneamente, tratti particolari e variabilità tra una persona e l’altra. Insomma le due prospettive – vale a dire le leggi generali e le singolarità individuali – non solo non si escludono reciprocamente ma possono e devono convivere. Da tempo la medicina, ed in particolare quella di famiglia, ha abbandonato le visioni dogmatiche e schematiche del passato per adottare un atteggiamanto più flessibile, auto-critico ed aperto alla personalizzazione dell’assistenza.

Sempre più spesso importanti conoscenze emergono proprio dallo studio dei casi clinici strani ed eccezionali. L’attenzione scientifica e contemporaneamente umana per le particolarità dei malati neurologici è mirabilmente testimoniata dai libri del famoso neurologo statunitense Oliver Sacks.

Infine un altro esempio ci viene dalla ricerca sull’AIDS. Fino a pochi anni fa la prognosi dell’infezione da virus HIV era considerata invariabilmente infausta. Col passare degli anni e con l’incremento del numero di malati sono stati descritti rari casi di pazienti che vivono a lungo e in buona salute, cioè senza sviluppare le cosiddette infezioni opportunistiche, sintomo del declino delle difese immunitarie. I ricercatori stanno quindi rivolgendo l’attenzione allo studio del sistema immunitario di questa sorta di portatori sani, alcuni dei quali sono stati contagiati più di dieci anni fa. Si pensa infatti che nell’organismo di costoro siano all’opera particolari meccanismi difensivi che si potrebbero rivelare utili per trovare nuove strade terapeutiche.

Concludendo è possibile rispondere alla domanda iniziale in senso doppiamente affermativo: esistono sia le malattie sia i malati.

Dott. Giuseppe Belleri

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