Medicine alternative? No grazie!

La recente riforma sanitaria ha introdotto la possibilità di ricorrere alle cosiddette medicine non-convenzionali, seppure solo nell’ambito dell’assistenza integrativa, prendendo così atto della diffusione del fenomeno e della necessità di una regolamentazione a tutela del cittadino. Varie sono le ragioni che possono spiegare il successo delle medicine cosiddette “alternative”, peraltro diffusamente analizzate in precedenti articoli. Oggi mi soffermerò in particolare su due aspetti, senza intenti polemici ma bensì nel tentativo di comprendere e di aumentare la consapevolezza del lettore: i limiti della medicina “ufficiale” e il ruolo delle aspettative della gente. Chi legge abitualmente questa rubrica si sarà reso conto della costante preoccupazione dei medici di famiglia di non alimentare false promesse o illusioni a buon mercato e dall’analoga propensione della medicina generale a rammentare ai lettori\assistiti i limiti di ogni tecnica, intervento, farmaco, accertamento diagnostico etc.. La tendenza opposta, cioè a sorvolare su insufficienze delle conoscenze, dell’organizzazione, delle cure etc (nonostante, si badi bene, innegabili successi su tante malattie e incessanti progressi) si accompagna spesso a facili promesse di salute e di benessere per tutti, fatte magari implicitamente dalla classe medica o da un certo tipo di informazione. La realtà è purtroppo diversa, come sanno per esperienza i malati cronici, costretti a convivere per anni con disturbi lentamente progressivi. Fortunatamente la medicina, al pari della scienza autentica, ha al proprio interno gli anticorpi che possono controbilanciare l’ottimismo acritico o le tendenze autocelebrative. Prendiamo l’esempio del prontuario farmaceutico. Fino ai primi anni Novanta era infarcito di confezioni di dubbia efficacia (ricostituenti, polivitaminici, disintossicanti, neurotrofici, gangliosidi, vasoattivi etc..) che avevano fatto lievitare la spesa in modo anomalo, senza sostanziali benefici per la salute dei cittadini. Nel gennaio 1994 molti di tali pseudofarmaci, di fatto assimilabili al placebo, sono stati declassati in fascia C (cioè a totale carico del cittadino) grazie alla revisione portata a termine dalla Commissione Unica del Farmaco. La riforma del prontuario ha certamente scontentato molti assistiti, forse abituati a considerare le medicine un toccasana nella convinzione che vi possa essere un farmaco risolutivo per ogni disturbo, malessere o sintomo. Si deve verosimilmente proprio alla non disponibilità di tanti prodotti “di conforto” il recente successo dai più vari rimedi “alternativi” e il fiorire di iniziative commerciali nel variegato settore del “naturale”.

Un’altra motivazione del gradimento riscosso delle medicine non-convenzionali – speculare al discorso sui limiti – fa riferimento alla cosiddetta psicologia del senso comune, che si traduce spesso in aspettative di efficacia non realistiche verso la medicina “ufficiale”. Per illustrare questa tesi è significativa la dichiarazione – rilasciata ad un settimanale bresciano – di una utente delle medicine non convenzionali, che ha affermato di aver fatto ricorso ai rimedi alternativi dopo essersi “scontrata con l’inefficacia delle tecniche tradizionali”. Molte persone probabilmente condividono tale delusione che è connessa alla credenza, diffusa magari in buona fede o indirettamente dagli addetti ai lavori, che la medicina abbia una efficacia certa e illimitata. La scoperta dei limiti delle “tecniche tradizionali” mette dunque in crisi l’idea di una scienza onnipotente, onnisciente e incontrovertibile, cara all’immaginazione e ai desideri della gente, in grado cioè di controllare e prevedere tutti i fenomeni patologici. Il successo delle medicine alternative poggia forse su equivoci cognitivi di questo tipo: attese irrealistiche o implicite dell’assistito, concezioni personali della malattia e della cura, teorie profane sulle potenzialità del medico, degli esami, dei farmaci etc…

In pratica medico e assistito devono confrontarsi prima di tutto sulle idee di fondo, sul significato e la portata che ognuno dei due attribuisce alle parole, agli atti e alle decisioni assunte durante la consultazione. E’ questo il valore profondo del cosiddetto consenso informato, che purtroppo nella realtà quotidiana è stato interpretato più che altro sul versante burocratico e medico-legale. L’economista sanitario elvetico Gianfranco Domenighetti sostiene che proprio i medici dovrebbero promuovere “un sano scetticismo sull’efficacia certa di ogni pratica o consumo medico”.

Ecco un esempio, tratto dall’esperienza personale, di equivoco legato ai farmaci. Ogni volta che si somministra una medicina bisognerebbe informare sinteticamente l’assistito sulle motivazioni della scelta e, sopprattutto, sull’obiettivo che è possibile raggiungere usando un certo prodotto, in una determinata condizione a fronte di alcuni rischi (per esempio un farmaco che riduce il colesterolo nel sangue). Durante il colloquio bisogna far emergere le idee dell’asssitito che non sempre collimano con quelle del curante: così nel caso della terapia anticolesterolo il malato potrebbe esplicitare l’aspettativa che il farmaco, oltre ad abbassare il tasso dei lipidi, sia in grado anche di “pulire le arterie”, cioè di rimuovere le lesioni aterosclertotiche dalla parete del vaso come potrebbe fare solo un complesso intervento di angioplastica coronarica.

Certo in un incontro episodico ed anonimo, come può essere una visita medica d’urgenza, non vi sono le condizioni per un simile confronto di idee. Ben diversa è invece la relazione continuativa che si instaura tra il paziente e il medico di famiglia, grazie alla quale si può approfondire il dialogo evitando fraintendimenti e le conseguenti delusioni per attese di efficacia non corrisposte.

Dott. Giuseppe Belleri- Società Italiana di Medicina Generale

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