Perche’ le liste d’attesa per esami?

“Certo che se una persona è malata sul serio, con i tempi d’attesa per gli esami, fa più presto a….”; è questo in genere lo sconsolato commento del paziente alle prese con prenotazioni di visite e ricoveri, a scadenza di settimane se non mesi, o con chilometriche liste d’attesa per accertamenti diagnostici, anche assai semplici. Non c’è niente di più inquietante che avere un bisogno primario più o meno urgente, come la tutela della salute, e sapere che potrà essere soddisfatto solo entro un termine assai lontano e magari dovendo superare svariati ostacoli burocratici o amministrativi. In effetti il senso di incertezza e di precarietà che grava sul malato può essere parzialmente fugato, con il miglioramento non solo delle ansie ma anche dei sintomi, grazie alla sollecita esecuzione degli accertamenti prescritti; è esperienza comune il sollievo provato all’uscita dall’ospedale dopo aver eseguito un esame od una visita lungamente attesi. Si può forse affermare che il fattore tempo, ossia il periodo che intercorre tra la prescrizione e l’esecuzione di esami, interventi o visite non urgenti, sia uno dei più sensibili indicatori della qualità e dell’efficienza di un servizio sanitario.

L’assistito si chiede giustamente perchè ambulatori, laboratori d’analisi e reparti ospedalieri siano perennemente affollati a fronte di una popolazione stabile, del declino delle grandi epidemie del passato, e della capillare diffusione di presidi sanitarie, frutto delle migliorate condizioni economiche. La risposta, come spesso accade per i fenomeni sociali, non è semplice e riconosce un concorso di fatti storici e di cambiamenti ambientali, di abitudini e di mentalità ( cioè svariate concause ) che tenterò di analizzare.

In primo luogo la modificazione demografica degli ultimi decenni, con l’incremento della popolazione anziana, ha portato ad una estensione delle malattie croniche che richiedono continui interventi sanitari, vale a dire assidui controlli degli esami e terapie piu efficaci. Secondariamente il progresso tecnologico ha messo a disposizione sempre nuovi mezzi diagnostici (ecografie, tac, risonanza magnetica, nuove tecniche di laboratorio, esami invasivi cardiologici etcc..) assai costosi sia per l’esecuzione degli esami sia per la manutenzione e l’ammodernamento degli impianti. Questa rinnovata disponibilità di tecniche altamente perfezionate induce a sua volta una maggiore propensione al loro utilizzo da parte dei medici, a volte anche al di la dei benefici effettivi che possono essere raggiunti. A questo si aggiunge l’esigenza di una tutela della salute più ampia, affermata peraltro anche in sede giuridica, e diventata patrimonio della comune sensibilità sociale. La necessità di venire incontro alle aspettative della popolazione, restando nel contempo al passo con le nuove acquisizioni della ricerca scientifica, ha indotto i medici ad elaborare sempre più ricchi protocolli diagnostici; vale a dire a prescrivere un maggior numero di esami al fine di acquisire tutte le informazioni necessarie per un migliore inquadramento delle malattie e per impostare le terapie più appropriate. Un esempio può essere il caso dell’ipertensione arteriosa, malattia assai diffusa e a tutti nota; mentre alcuni decenni fa il medico tendeva ad usare i farmaci in prima battuta e quasi “meccanicamente” egli oggi, prima di iniziare qualsiasi trattamento farmacologico e per avere un precisa visione della malattia, prescrive di norma alcuni esami di laboratorio, un elettrocardiogramma, l’esame del fondo dell’occhio e, non di rado, anche altri esami più specifici, come l’ecocardiogramma o il cosiddetto monitoraggio continuo della pressione nelle 24 ore.

A queste motivazioni va sommata infine l’accresciuta sensibilità della persona verso le proprie modificazioni corporee che si traduce in una maggiore richiesta di prestazioni al servizio sanitario. A questo proposito va sottolineata la paradossale situazione in cui si viene a trovare talvolta l’assistito, sollecitato dalla classe medica e dai mass media alla prevenzione e alla precocità di ogni intervento, e concretamente impossibilitato ad accedere, in tempi ragionevoli, agli esami necessari.

In sintesi l’incontro di questi fattori, che fanno riferimento tanto alle motivazioni del medico ( non ultima la preoccupazione di scongiurare accuse di malapratica ) quanto a quelle del paziente, ha portato ad un progressivo, ed apparentemente inarrestabile, incremento di interventi sanitari preventivi, diagnostici, di monitoraggio e terapeutici; i risvolti economici, oltre che sui tempi d’attesa, di questa situazione sono intuibili e le discussioni sul contenimento della spesa sanitaria sono all’ordine del giorno non solo tra i responsabili politico-amministrativi ma anche tra i medici.

E’ dunque diventato un problema prioritario riuscire a conciliare le esigenze di un’assistenza qualitativamente elevata, così come è richiesta dal paziente e dalla società, con i vincoli del bilancio pubblico. Si va facendo strada il concetto, in particolare tra i medici più sensibili alle problematiche etiche ed economiche, del “buon utilizzo” di ogni strumento tecnico-professionale per evitare un eccessivo ed immotivato ricorso ad esami e terapie, sempre più costosi, come pure un uso inappropriato di macchinari e strutture. Si tratta in sostanza di calibrare ogni intervento per non rischiare di sparare con un cannone ad un moscerino e per sfruttare appieno le potenzialità dalla tecnologia applicata alla salute.

Giuseppe Belleri-Società Italiana di Medicina Generale.

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