Piccola guida all’uso corretto dei farmaci

I lettori attenti ed “esperti” avranno notato che negli ultimi anni i foglietti illustrativi dei farmaci si sono “allungati” a dismisura. Le sezioni che generalmente destano maggiori perplessità sono quelle relative ad effetti collaterali e controindicazioni. Questo è dovuto all’obbligo, per le aziende farmaceutiche, di segnalare nel foglio illustrativo ogni reazione avversa che si sia verificata, anche se rarissima rispetto ai milioni di prescrizioni effettuate per il prodotto. Capita così che il malato, sul punto di ingoiare la pillola, faccia un salto sulla sedia leggendo la lista degli inconvenienti a cui può andare incontro. Non bisogna però lasciarsi impressionare troppo: i problemi più frequenti sono per fortuna anche i più lievi; sebbene fastidiosi, essi sono generalmente reversibili, cioè passano con la sospensione della terapia senza lasciare danni permanenti. Ogni molecola prima della commercializzazione deve superare severi test, dapprima su animali cavia e poi su persone volontarie sane; è così possibile mettere evidenza eventuali gravi effetti indesiderati e bloccare automaticamente la sperimentazione. Ciò non esclude tuttavia che un farmaco venga ritirato dal commercio dopo anni di prescrizione perché sono emersi nuovi rischi, accertati tramite ulteriori ricerche. Il caso più recente riguarda alcuni farmaci usati per la terapia dell’obesità. D’altra parte proprio questi problemi spingono l’industria a sintetizzare molecole più selettive e sicure; negli ultimi decenni per fortuna non si sono più verificati casi drammatici come quello del talidomide.

Non v’è dubbio che oggi i pazienti sono maggiormente tutelati rispetto al passato, sia dalle autorità sanitarie sia dalle associazioni dei consumatori. Ciò non toglie che sia abbastanza diffusa la convinzione, mai dimostrata, che i prodotti chimici siano pericolosi o “facciano sempre male”, mentre quelli di origine naturale, per loro caratteristica intrinseca, sarebbero invece sempre benefici ed innocui. Per confutare questa idea tanto radicata quanto fantasiosa basterebbe ricordare la cicuta bevuta da Socrate o i ricorrenti casi di avvelenamento da funghi. Perfino l’acqua, se ingerita in grandi quantità – come accade in una rara sindrome psichiatrica detta polidipsia psicogena – può provocare una vera intossicazione da H2O. Sull’equazione naturale=innocuo si basa probabilmente il crescente successo dei medicamenti a base di erbe, fenomeno speculare alla demonizzazione della chimica farmaceutica (“chemofobia”). Va invece detto che molti farmaci sono di derivazione naturale, come la diffusissima aspirina o la digitale. La logica vorrebbe che si adottassero le stesse precauzioni nei confronti di qualsiasi prodotto assunto a scopo medicamentoso, o per combattere acciacchi vari, sia esso di origine vegetale o di sintesi; parimenti dovrebbero essere fornite ai consumatori le medesime garanzie su attività, indicazioni terapeutiche e rischio di effetti tossici\indesidearati. Ogni cittadino ammalato che inizia una cura farmacologica può trovare queste notizie sul foglio allegato alla confezione, e non di rado viene preavvertito dal medico sui più probabili disturbi associati ad un determinato prodotto. Come si dice “uomo avvisato…”, non nel senso che qualcuno “se ne lava le mani” ma che l’informazione è ormai condizione indispensabile per una buona sanità. Non mi risulta invece che accada la stessa cosa con i fitoterapici i quali, forse perché ritenuti innocui, possono essere distribuiti privi di ragguagli sulle loro composizione chimica. Con l’ampia diffusione di questi prodotti si va delineando, com’era prevedibile, una situazione simile a quella descritta per i farmaci di più largo utilizzo: sono cioè emersi inconvenienti di varia natura fino alle recenti segnalazioni di vere patologie, talvolta anche gravi, insorte dopo cure a base di erbe. Ecco alcuni esempi: danni epatici per assunzione di camedrio, valeriana e scutellari, Jin Bu Huan; casi di insufficienza renale dopo ingestione di piante cinesi, Stephania tetrandra e Magnolia officinalis; stati confusionali indotti da Datura stramonium e Phlox rhododendri; allergie da psillio ed eczema da piante cinesi; ittero da cuenlino in bambini con difetti enzimatici. Altri disturbi sono imputati alla contaminazione dei fitoterapici, in particolare quelli di provenienza cinese, da parte di metalli pesanti o di altre erbe tossiche. Non intendo ovviamente demonizzare l’erboristeria, nè gridare all’untore nei confronti di composti che probabilmente non vanno oltre l’effetto placebo. La medicina di famiglia infatti non è l’avvocato difensore di nessuno, men che meno dell’industria farmaceutica. Una cosa è certa: produttori di farmaci e di fitoterapici non hanno come unica o principale motivazione la filantropia. Se il medico di medicina generale persegue la difesa degli interessi di qualcuno, questi è il paziente. Uno dei principali strumenti per tutelare la salute del cittadino, come ho già sottolineato, è l’informazione chiara ed indipendente.

Si stenta a comprendere come persone ragionevoli, che magari non comprerebbero un alimento perchè privo dell’etichetta che ne illustra la composizione, perdano lo stesso saggio atteggiamento quando si tratta di ingerire prodotti vegetali composti talvolta da decine si sostanze chimiche, alcune delle quali si potrebbero rivelare dannose per la salute.

Dott. Giuseppe Belleri

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