Quale confine tra salute e malattia?

Ogni incontro tra medico e paziente, per una visita o una consultazione, prospetta al medico la domanda fondamentale: il signor Rossi, con questi disturbi, è sano o malato? Può sembrare un quesito semplice a cui poter rispondere meccanicamente e con sicurezza: in fin dei conti è il compito principale del medico. In effetti più delle volte distinguere la condizione di malattia dalla salute è relativamente facile, in particolare quando ci si trova di fronte a situazioni acute e\o gravi. Ma in altri casi, invece, risulta più problematico tracciare un confine netto tra normalità e patologia: questi due concetti infatti, oltre a variare nel corso della storia, sono anche influenzati da componenti culturali, sociali, religiose e familiare. Per esempio la stessa affezione può assumere diversi significati in diversi ambienti culturali: pensiamo solamente ai differenti modi di interpretare il medesimo fenomeno da parte di immigrati africani o provenienti dell’estremo oriente.

La linea di confine tra salute e malattia può essere particolarmente labile e sfumata in due settori: le modificazioni psichiche e comportamentali e le malattie somatiche croniche. Per renderci conto dell’influenza esercitata dal periodo storico sui giudizi medici e sul modo di interpretare certi disturbi pensiamo all’anoressia, oggi tanto enfatizzata dai mass media. Proviamo ad immaginare che significato poteva avere in un periodo di razionamento alimentare (come avveniva durante la seconda guerra mondiale) il rifiuto del cibo. Probabilmente il comportamento che oggi tanto sconcerta sarebbe stato interpretato come segno di generosità verso altre persone più affamate o di buon adattamento alla dura realtà bellica; forse sarebbe addirittura passato inosservato o perlomeno non avrebbe assunto l’incomprensibile significato autodistruttivo che acquista oggi in un periodo di abbondanza alimentare.

Un’altro esempio dell’influenza esercitata dal contesto socioculturale sulle categorie di sano\malato ci viene dalla psichiatria, o meglio da un modo distorto, e per fortuna ormai superato, di intendere e praticare questa specialità. Nei regimi totalitari del passato, i dissidenti venivano spesso internati nei manicomi perché le loro idee e i loro comportamenti erano giudicati – “scientificamente” e non per cattiveria o incompetenza – sintomi oggettivi di pazzia e di pericolosità sociale.

Si tratta di esempi, uno immaginario e l’altro reale, estremi e un po’ rozzi che però ci fanno comprendere come questi due concetti – normalità o patologia – a cui facciamo quotidianamente riferimento non siano sempre scontati, evidenti ed asettici.

Anche nelle malattie croniche si assiste spesso al venir meno di una distinzione netta tra i due stati. Alcuni malati portatori di gravi menomazioni da lungo tempo sembrano raggiungere una serenità e un equilibrio interiore che a volte fanno difetto alle persone in perfetta forma fisica. Come se godessero di una nuova condizione di “salute” grazie ad un lento e personale adattamento che li rende indistinguibili, nonostante tutto, rispetto ai sani. E’ più o meno il messaggio che vuole suggerire un azzeccato spot televisivo, trasmesso in queste settimane, in cui si illustrano le abilità impreviste – scusate il gioco di parole – dei disabili.

Una esperienza simile viene vissuta perfino da alcuni malati di tumore incurabili, appartenenti ad ogni età e alle più varie categorie sociali e professionali, chiamati pazienti “eccezionali”. Sono in genere affetti da forme avanzate che non rispondono alle terapie convenzionali. Tuttavia per settimane o mesi i medici osservano un inspiegabile rallentamento dell’evoluzione della malattia o addirittura una stabilizzazione delle lesioni. Questi malati – ma forse il termine è improprio in quanto essi si considerano in piena salute- riferiscono di aver maturato un livello di consapevolezza e un atteggiamento nuovo verso l’esistenza e verso se stessi, vale a dire un “alto livello di vita”. I dati raccolti dai ricercatori rivelano che questi malati eccezionali sperimentano un forte senso di autonomia e contemporaneamente divengono capaci di avere con gli altri rapporti profondi e significativi. Nonostante la diffusione del male essi hanno una percezione intensa e totale del proprio corpo e del significato della propria esistenza. Insomma vivono un particolare stato di “benessere”, probabilmente sconosciuto alle persone sane, non confinato nella sola sfera emotiva ma che abbraccia anche la percezione corporea.

Si tratta di un esempio sorprendente di come le due polarità (salute\malattia) solitamente ritenute incompatibi possano nella realtà coesistere.

Dott. Giuseppe Belleri-Società Italiana di Medicina Generale

 

 

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